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Monday, November 06, 2023

Fedez e Vincenzo De Luca, la strana coppia. Manca solo la candidatura alle Europee

Il presidente della regione Campania, invitato nel podcast di un'ora del musicista, Muschio selvaggio, lo ha sedotto immediatamente. Cronaca di una improbabile sintonia

di Mauro Suttora 

Huffingtonpost.it, 6 novembre 2023 

È scoppiato un amore. Vincenzo De Luca e Fedez assieme al prossimo voto europeo (con o senza il Pd)? Il presidente della regione Campania, invitato nel podcast di un'ora del musicista, Muschio selvaggio, lo ha sedotto immediatamente. De Luca il 13 ottobre aveva insultato i personaggi ricoperti di tatuaggi: "Mi fanno schifo, sono imbecilli". Fedez gli ha risposto offrendogli spazio nel proprio programma su YouTube. E l'astuto politico ha trasformato il processo in un podio.

Archivia subito le critiche dermatologiche: "Siete ragazzi e artisti, vabbe'". Ne aggiunge un'altra: "A Sanremo ti sei avvinghiato come un mollusco a quel tipo per slinguazzarlo. Una zozzeria". Fedez obietta: "E allora, quando Benigni si attaccò allo scroto di Pippo Baudo?" "Lì sotto non c'era niente", risponde veloce De Luca. E il rapper scoppia a ridere. Sembra di essere nel programma tv di Crozza. Da lì in poi, tutto in discesa per il politico campano. Fino al gran finale: "Hai dato coraggio agli altri affrontando la prova del tumore. Sei un ùomo". Che è la massima lode deluchiana.

De Luca, con libro in promozione, trova terreno fertile nel giovanilismo: "Per voi sono tempi drammatici. Io ce l'ho con gli adulti che smettono di fare gli adulti. Come diceva quel tale, Jacques... [si dimentica il cognome, ndr], noi insegniamo ai giovani non ciò che diciamo, ma ciò che facciamo". Fedez va in brodo di giuggiole. Aggiunge: "Non sono i tatuati che hanno ridotto il mondo così, ma quelli in giacca e cravatta". De Luca rincara: "E quelli in divisa militare".

Il duetto procede sui superalcolici: "Li beve il 72 per cento dei minorenni", denuncia De Luca. Il musicista annuisce. Le serie e i film come Gomorra spingono i giovani all'emulazione? Piccolo dissidio, Fedez non ne è convinto, poi il governatore arretra: "Accentuano le fragilità in determinati contesti, si perde il principio di autorità". Due sociologi.

Fedez e il suo coconduttore Mister Marra (soprannominato Nosferatu da don Vincenzo in un momento di tenerezza) provano a essere ficcanti chiedendogli conto delle sue traversie giudiziarie. È un invito a nozze: "La signora Rosaria Bindi, quand'era presidente della commissione antimafia, mi definì 'impresentabile' solo perché rinunciai alla prescrizione in un processo di diciannove anni prima", si scalda De Luca, "in realtà avevo difeso gli operai dell'Ideal Standard". 

L'intervista si trasforma presto in un comizio da toni vannacciani. Il trapper milanese Shiva che ha sparato a due ragazzi di una gang rivale? "Dagli Stati Uniti importiamo solo esempi idioti, demenziali", si scatena il presidente campano, "io come pena applicherei il metodo Singapore: lì i poliziotti sono dotati di un frustino di bambù sottile. Una ventina di frustate fra capo e collo".

Tutti d'accordo sulla superiorità di Napoli su Milano, diventata secondo Fedez "insicura". Qui De Luca assume toni crozziani: "La mia Campania è la prima regione in Italia per i tempi di rimborso dei farmaci. Forniamo trasporti gratis a tutti gli studenti fino ai 26 anni. E siamo stati i primi a dare il bonus psicologo che ti sta tanto a cuore, caro Fedez". Un tripudio di stima reciproca. "In Campania c'è la camorra perché manca lo stato", signora mia, mentre la regione di De Luca è presente. Sembra di ascoltare il nuovo tormentone del comico pelato della Gialappa's: "Dove sono le istituzioni?"

Ai due rapper che un po' incongruamente sottolineano l'aggressività con toni da lanciafiamme di De Luca, lui cita papa Paolo VI a Jean Guitton: "La gravità è lo scudo degli sciocchi". E via con gli insulti ai dirigenti pd, "anime morte, non rappresentano più nulla", che non risparmiano neanche l'"amico Bersani, con quella sua puttanata velleitaria di Articolo Uno", e tutti i politici in generale, "che non reggo trenta secondi ad ascoltarli".
 Fedez ammutolito ed estasiato, tre a zero per De Luca. Palla al centro, non resta che celebrare il nuovo idillio e dargli uno sbocco concreto. 

Wednesday, February 11, 2015

Rosy Bindi: "Il mio Mattarella"

NOI CATTOLICI DEMOCRATICI, INCOMPRESI ANCHE NELLA CHIESA

di Mauro Suttora

Oggi, 4 febbraio 2015

"Quando sono entrata in Parlamento nel 1992 avevo alla destra del mio seggio Sergio Mattarella, e a sinistra Leopoldo Elia. Ho imparato molto da loro. E' stata una gran scuola: quella di Aldo Moro, Zaccagnini, La Pira, Dossetti. Insomma, i cattolici democratici della sinistra Dc".

Rosy Bindi è considerata la sorella politica del nuovo presidente della Repubblica. Insieme, e con Enrico Letta, Dario Franceschini e Rosa Russo Jervolino, hanno contrastato Rocco Buttiglione che dopo Tangentopoli voleva spostare il partito Popolare (ex Dc) nel centrodestra. E nel '96 hanno fatto nascere l'Ulivo di Romano Prodi, primo abbozzo del partito Democratico con gli ex comunisti.

Ora è seduta nel Transatlantico, la sala di Montecitorio accanto all'aula dove ha appena votato nella seduta che sta mandando Mattarella al Quirinale. È uno dei giorni più felici della sua vita politica. Tutti vengono a congratularsi.

Lei non sta nella pelle, ci dà la sua prima intervista ma avverte: "Appena inizia lo spoglio torno dentro, per sentire i voti uno a uno".

Ma il risultato è sicuro.
"Non si sa mai. Voglio soffrire fino all'ultimo".

È da parecchio che soffre, Rosy Bindi. Prima per Berlusconi, poi per un Matteo Renzi che assomigliava troppo a Berlusconi.
"Quasi tutto perdonato. Vado ad abbracciarlo. L'elezione di Mattarella è un capolavoro".

Quando ha conosciuto il nuovo presidente?
"Mattarella aveva già dieci anni di esperienza parlamentare quando approdai a Roma. Era stato eletto alla Camera nell'83, raccogliendo l'eredità del fratello Piersanti assassinato dalla mafia. Diventammo subito amici".

Anche con la sua famiglia?
"Sì. Sua moglie, scomparsa due anni fa, era una donna straordinaria: l'opposto di lui per temperamento, ma uguale acutezza. Fui ospite da loro a Palermo, loro da me in montagna".

È vero che lo chiamavano 'Martirello' per l'aria lugubre e sofferta?
"E' molto riservato, ma ha un senso spiccato dell'humour".

Com'e' che si dimise da ministro contro Berlusconi?
"Nel 1990 la legge Mammi' salvò le tv Fininvest da una direttiva europea che vietava il possesso di tre canali da parte di un solo privato. Cosi' tutti i ministri della sinistra Dc se ne andarono dal governo Andreotti. Lui lasciò la Pubblica istruzione: una scelta drastica e irrevocabile improbabile per un Dc, ma non per un cattolico democratico".

Lei nel 1980 era accanto al professor Vittorio Bachelet ucciso dai brigatisti rossi. Un mese prima Mattarella vide morire il fratello fra le sue braccia. Vi unisce il dolore?
"Sì, ma anche tante battaglie combattute assieme, come quelle contro il Caf di Craxi, Andreotti, Forlani, e contro Berlusconi. Quando lui era vicepresidente del governo D'Alema nel '99 ebbi un forte appoggio per portare a termine la riforma della Sanità. Siamo cristiani ma pratichiamo la laicità, come ho dimostrato con i Dico, i Diritti dei conviventi. Noi cattolici democratici, prima di papa Francesco, abbiamo attraversato anni difficili anche dentro la Chiesa, con la presidenza Ruini della Cei".

Nel 2008 Mattarella lasciò la politica, non si ricandido'.
"Troppo cinismo e tatticismo nei partiti. Decisione non indolore, per un fondatore del Pd. Ma che si è rivelata provvidenziale, perché essere fuori dai giochi ha favorito questa sua elezione a presidente". 
Mauro Suttora  

Wednesday, May 01, 2013

Pd nella polvere


NAPOLITANO SUL TRONO: I 10 ERRORI DI BERSANI

di Mauro Suttora

Oggi, 24 aprile 2013
«Ora mi incrimineranno anche per strage»: la battuta più crudele, dopo le dimissioni di Pier Luigi Bersani e Rosy Bindi da segretario e presidente del Partito democratico, è di Silvio Berlusconi. Che calcola, allegro, di avere sepolto (politicamente) ben sedici segretari del Pd e dei partiti precedenti (Pds, Ds, Ppi, Margherita) che lo hanno avversato dal 1994 (lista completa sotto). Più la figuraccia rimediata dall’eterno rivale Romano Prodi, tradito da cento dei suoi nel segreto dell’urna.

Quel che resta di Dc e Pci, fusi nel 2007 dopo che per mezzo secolo avevano dominato l’Italia con il 70% dei voti, si è liquefatto negli ultimi giorni. Più che di una strage da parte dei berlusconiani o dei grillini, si è trattato di un suicidio di massa. «O di un’eutanasia», ammette Andrea Carugati, giornalista dell’Unità, organo ufficiale del partito.
Ma cos’è successo, esattamente? Com’è possibile che la prima formazione politica d’Italia, favorita da mesi in tutti i sondaggi, sia scivolata così malamente in poche settimane? Proviamo a individuare le possibili cause del disastro: dieci errori che hanno portato al vuoto odierno.

1) PRIMARIE BERSANI-RENZI: erano necessarie?
A norma di statuto del Pd, no. Il segretario è automaticamente candidato alla premiership. Ciononostante, Bersani in autunno ha accettato di misurarsi in una competizione interna. Pensava che sarebbe stata una passeggiata, come per Prodi nel 2006 e Veltroni nel 2008: qualche avversario pro-forma, una mobilitazione galvanizzante, tanta pubblicità gratis sui media. Invece è sbucata la stella di Matteo Renzi. All’inizio il sindaco di Firenze era accreditato di un innocuo 20%. Poi però, con il giro d’Italia in camper (come Grillo), la voglia di rottamazione lo ha fatto salire a un inquietante 40%.

2) APPARATO BUROCRATICO: perché scatenarlo contro Renzi?
La Casta politica italiana è composta da circa centomila persone stipendiate dalla politica, dagli eurodeputati ai consiglieri di zona. Di questi, quasi la metà appartengono al Pd. Di fronte alla sfida di Renzi, contrario al finanziamento pubblico ai partiti, gran parte di loro si sono schierati con Bersani. Mossa tragica: contro i burocrati dell’apparato la voglia di nuovo si è rafforzata.

3) PRIMARIE DI NATALE: comincia la rincorsa a Grillo
Per ovviare alle legge elettorale «Porcellum», che impedisce di esprimere preferenze ai singoli eletti, trasformandoli così in «nominati» dalle segreterie di partito (motivo inconfessabile per cui non è stata cambiata), a Natale il Pd ha organizzato in fretta e furia primarie anche per i candidati. Si voleva così rispondere alle primarie online di Beppe Grillo. Ma troppi raccomandati e paracadutati (più di cento) hanno avuto comunque un seggio sicuro senza passare il vaglio popolare, fra «listino del segretario», capilista decisi a Roma e deroghe alla regola del massimo di tre legislature.

4) GIA’ SICURI DI VINCERE: campagna elettorale supponente
Tutti i sondaggi danno il Pd trionfante su un Pdl sfasciato e un Grillo al 15%. Ma, poco a poco, il margine si assottiglia. Esattamente come il Pds nel 1994, il Pd è troppo sicuro di vincere, e conduce con supponenza la campagna elettorale. Circolano già elenchi dei futuri ministri. Berlusconi e i 5 stelle, invece, fanno propaganda porta a porta alla ricerca di ogni singolo voto. E rimontano, fin alla quasi parità col Pd.

5) “SIAMO PRIMI MA ABBIAMO PERSO”: e niente dimissioni
La sera del 25 febbraio appare già chiaro che il Pd non ha la maggioranza al Senato. Ma Bersani, invece di dimettersi, inventa la famosa frase: «Siamo arrivati primi, ma non abbiamo vinto». E lancia la proposta di «governo del cambiamento» strizzando l’occhio a Grillo.

6) CORTE DISPERATA A GRILLO: ma lui rifiuta
Bersani comincia una corte disperata al Movimento 5 stelle di Grillo, che però fin dall’inizio risponde picche. Di fronte al primo «Vaffa» chiunque avrebbe lasciato perdere. Lui invece va avanti, sottoponendosi all’umiliazione dello streaming con i capi grillini e lasciando intendere di poter far cambiare idea a una ventina di loro senatori («scouting»).

7) BERSANI ALLUNGA LE CONSULTAZIONI: tempo perso
Strappato l’incarico a Napolitano, Bersani conduce consultazioni lunghissime, sentendo perfino lo scrittore Roberto Saviano, preti e il Wwf. Continua a dire no al Pdl che lo vuole e sì a Grillo che non lo vuole. Risultato: dà a tutta Italia la sensazione di stare perdendo tempo.

8) CONTRORDINE: MARINI CON BERLUSCONI: virata a 180 gradi
Dopo 50 giorni passati a dire no a Berlusconi, improvvisamente Bersani si mette d’accordo con lui per far eleggere presidente della Repubblica Franco Marini. Il Pdl vota compatto l’ex avversario, ma nel segreto dell’urna i franchi tiratori Pd silurano l’ex sindacalista democristiano.

9) BRUCIATO ANCHE PRODI: schiaffo a Berlusconi
Seconda giravolta nel giro di 24 ore: Bersani propone ai 490 grandi elettori Pd di votare Romano Prodi, arcinemico di Berlusconi. Unanimità, acclamazione. Ma l’ex premier viene umiliato: sono ben 101 i suoi colleghi di partito che lo tradiscono, uno su quattro.

10) AFFIDIAMOCI A NAPOLITANO: fuga dalle responsabilità
Invece di trovare altre soluzioni («Stefano Rodotà candidato di Grillo, oppure Emma Bonino anch’essa nella rosa dei 5 stelle», suggerisce il ministro pd Fabrizio Barca, candidato alla segreteria) Bersani e Rosy Bindi si dimettono implorando l’ultraottuagenario Napolitano di accettare un altro mandato. Il quale accetta, ma comprensibilmente ottiene in cambio un’ampia delega nella scelta del governo, vista l’inconcludenza dei partiti. E si profilano di nuovo «larghe intese» con Berlusconi, detestate da buona parte della base di sinistra. Il Pd abdica così completamente alle proprie responsabilità di primo partito (seppure con appena lo 0,3% più del Pdl alla Camera).
Mauro Suttora



Tutti i segretari di Pd e partiti predecessori confluiti nel Pd sepolti (politicamente) da Berlusconi:

1) Mino Martinazzoli (Ppi 1994)
2) Rocco Buttiglione (Ppi ’94-’95)
3) Gerardo Bianco (Ppi ’95-’97)
4) Franco Marini (Ppi ’97-’99)
5) Pierluigi Castagnetti (Ppi ’99-2002)
6) Lamberto Dini (Rinnovamento ’96-’02)
7) Arturo Parisi (Democratici ’99-’02)
8) Clemente Mastella (Udeur ’99-’02)
9) Francesco Rutelli (Margherita 2002-’07)
10) Achille Occhetto (Pds ’91-’94)
11) Massimo D’Alema (Pds ’94-’98)
12) Walter Veltroni (Ds ’98-2001)
13) Piero Fassino (Ds 2001-’07)
14) Walter Veltroni (Pd 2007-’09)
15) Dario Franceschini (Pd 2009)
16) Pier Luigi Bersani (Pd 2009-’13)

a questi il Cavaliere può aggiungere i rivali Romano Prodi, Rosy Bindi e Gianfranco Fini

Wednesday, October 17, 2007

Walter Veltroni

Una giornata con il nuovo segretario del Partito democratico

di Mauro Suttora

Roma, 10 ottobre 2007

Mattiniero com’è, li stende tutti. Il sindaco di Roma Walter Veltroni si alza presto per i ritmi romani. È ancora un po’ buio quando esce dall’appartamento al primo piano dietro piazza Fiume dove vive con la moglie Flavia (figlia di un’ex senatrice del Pci) e le due figlie teenager Vittoria e Martina. Passa a prenderlo l’auto del Comune, e a quell’ora non c’è bisogno di sirene per farsi largo nel traffico.

Come Giulio Andreotti, ha il vezzo di dare appuntamenti anche prima delle otto a chi gli chiede udienza. «Ora poi il lavoro è raddoppiato: oltre che sindaco è anche candidato segretario del partito democratico», spiega un suo stretto collaboratore, «quindi non c’è altro modo per sbrigare tutti gli impegni».

Sperimentiamo anche noi un’alba frizzantina veltroniana quando, dopo aver chiesto di seguirlo per una giornata-tipo, ci propongono di trovarci alle otto sotto il Vittoriano. L’appuntamento sarebbe per le nove all’università Tor Vergata. Ma l’ufficio stampa offre ai giornalisti una navetta dal centro, perché il campus è all’estrema periferia sud, oltre il raccordo anulare, e il traffico è tremendo.

Quando arriviamo Veltroni è già lì, di fronte a un immenso buco fra i prati. «Qui fra due anni sorgerà la Città dello sport progettata dall’architetto Santiago Calatrava, con un nuovo palasport e lo stadio del nuoto per i mondiali del 2009», dice raggiante. «L’arco di Calatrava si vedrà dalle autostrade, sarà più alto del Colosseo, diventerà un nuovo simbolo di Roma. È l’intervento urbanistico più importante dai tempi dell’Eur».

Arriva trafelato in ritardo Giovanni Malagò, capo del comitato organizzatore dei mondiali (più famoso come padre delle figlie di Lucrezia Lante della Rovere): non ce l’ha fatta a rispettare il ritmo mattiniero di SuperWalter.

Più che una conferenza stampa è una chiacchierata fra amici, Veltroni distribuisce sorrisi e pacche sulle spalle a tutti. Nessun politico in Italia ha un rapporto migliore con i media, anche perché Walter ha una lunga dimestichezza personale con i giornalisti: nel 1984 divenne capo dell’ufficio stampa del Pci, e poi per quattro anni diresse il quotidiano del partito, L’Unità.

Ma si può dire che Veltroni sia nato in Rai, perché suo padre fu nel ’55 il primo direttore del Tg (una curiosità: nel ’38 curò la radiocronaca della visita di Hitler a Roma, quella del film Una giornata particolare con Sophia Loren e Marcello Mastroianni).

Purtroppo Vittorio Veltroni lascia orfano Walter ad appena un anno. La madre Ivanka, che era figlia dell’ambasciatore jugoslavo presso il Vaticano, divenne pure lei funzionaria Rai. E fu Walter, vent’anni fa, ad aprire la Rai al Pci, con l’assegnazione ai comunisti di Raitre, in cambio del via libera definitivo ai tre canali di Silvio Berlusconi patrocinati da Bettino Craxi.

Dopo la Città dello sport di Tor Vergata, che costerà 300 milioni, una puntatina nella vicina Tor Spaccata, dove il sindaco inaugura una casa per malati in «stato vegetativo persistente» (ovvero in coma), che grazie ad alcuni benefattori privati non costa nulla. E qui Veltroni, che ha scelto come motto l’I care (mi prendo a cuore) di don Milani, che va ogni anno a portare aiuti all’Africa (anzi, per la verità aveva improvvidamente annunciato che si sarebbe trasferito come volontario in quel continente dopo il mandato da sindaco), che ha fatto della solidarietà il suo distintivo e della mitezza il suo stile, si trova a suo agio fra la folla festante: «È importante che questo tipo di malati non debbano stare in ospedale, ma in una struttura dove possano essere accuditi dalle famiglie», dice.

Torniamo in Campidoglio, nel palazzo del Comune. Che si trova in posizione splendida, e infatti tutti gli ospiti internazionali di Veltroni spalancano gli occhi davanti alla vista del Foro Romano e del Colosseo.

Saliamo i gradini che portano alla piazza progettata da Michelangelo, passiamo davanti alla statua dell’imperatore-filosofo Marco Aurelio, pensiamo che questo era il colle più sacro della città più carica di storia della Terra, e capiamo perché il sindaco di Roma non possa che aspirare a cariche più alte.

Come quella di segretario del Partito democratico, fusione di Ds e Margherita, che contenderà a Forza Italia di Berlusconi la palma di primo partito italiano. Domenica 14 ottobre si svolgono le primarie, e tutti i sondaggi danno certa l’elezione di Veltroni. Le uniche due incognite sono il numero dei votanti (due anni fa Romano Prodi fu plebiscitato da quattro milioni di ulivisti, ora i democratici si accontenterebbero di un milione) e la percentuale che otterrà Walter (attorno al 70 per cento, si prevede). Tra gli altri candidati, i maggiori contendenti sono accreditati del 15 per cento (Rosy Bindi) e dell’8 per cento (Enrico Letta, nipote di Gianni).

Ma SuperWalter alle maggioranze assolute è abituato: nel 2001 fu eletto sindaco con il 53 per cento, l’anno scorso è stato confermato con il 61. Per lui ha votato un vastissimo arco di forze, dagli estremisti di sinistra dei centri sociali ai moderatissimi cattolici di Alberto Michelini.

Pochi ricordano che il termine «buonismo» è stato inventato da Ernesto Galli della Loggia, ma tutti oggi associano questa filosofia a Veltroni. Che vorrebbe andare sempre d’accordo con tutti: era comunista ma gli piacevano i Kennedy, e ora è di sinistra ma si fonde con i democristiani, avversari per mezzo secolo. Unica resistenza, la vita privata. «Per favore lasciate fuori la mia famiglia», ci prega. Sta andando a pranzo al ristorante con una figlia, ma non ci concede neanche una foto di famiglia.

Nel pomeriggio Walter abbandona la casacca da sindaco e va nel Nord Italia per un comizio come candidato democratico. Prende la macchina, ci invita con lui. Decliniamo: sappiamo che passa i viaggi in auto ininterrottamente al telefono. Perché SuperWalter arriva dappertutto, di persona o con uno squillo. Presenzialista sempre.

Mauro Suttora

Thursday, April 12, 2001

parla Della Vedova

INTERVISTA A DELLA VEDOVA

di Mauro Suttora
Il Foglio, 12 aprile 2001

«Ogni giorno che passa, questa campagna elettorale dimostra che i radicali sono rimasti l’unica zeppa liberale fra i due poli. Se ne sono accorti, e lo hanno scritto, commentatori prestigiosi come Angelo Panebianco e Piero Ostellino. Ora però se ne de ve accorgere anche la gran massa degli elettori. È per questo che sembriamo ossessionati dal problema informazione. Ma purtroppo è dimostrato che per noi tutto si gioca per poche decine di minuti televisivi in più o in meno».

Benedetto Della Vedova è il più pacato fra i sette eurodeputati della lista Bonino eletti appena due anni fa con l’otto per cento (ma con punte del 18 in molte zone del Nord). Per stile personale, è lontano dai toni apocalittici di Marco Pannella. 

Però la sostanza non cambia: «Silvio Berlusconi è stato chiaro: da Vespa ha dichiarato che sulle questioni bioetiche la sua posizione è quella della Chiesa. Quanto all’economia, davanti agli industriali a Parma ha pronunciato un ottimo discorso. Ma non ha detto una parola sulle pensioni, né sulla libertà del lavoro. Anzi, ha tenuto a precisare che il suo non è più il modello Thatcher, ma quello dell’economia sociale di mercato. Cioè, esattamente la politica economica attuata per mezzo secolo dalla Dc. E il mio amico Giulio Tremonti non fa che ribadirlo: col sindacato la Casa della libertà è pronta all’accordo. Ma così si colpiscono le generazioni più giovani, sacrificate due volte: sia dalla mancata riforma delle pensioni, sia dalla mobilità sul lavoro, che riguarderà soltanto i nuovi assunti».

Vaticano e sindacato: ecco i due avversari che i radicali si sono scelti per questa campagna elettorale. Un colpo a destra e uno a sinistra, insomma, con il risultato di apparire allo stesso tempo attraenti e indigesti per entrambi gli elettorati, a seconda che si enfatizzino le libertà civili o quelle economiche. 

Con effetti a sorpresa, come l’appoggio dei premi Nobel (ormai arrivati a quota 40) per il capolista in carrozzella Luca Coscioni, che sarà con Emma Bonino al Raggio Verde santoriano anticipato a giovedì sera. Tema: la libertà della scienza. Interlocutori: Rosy Bindi e Rocco Buttiglione, ovvero il cattolicesimo di sinistra e di destra. 

Quest’ultimo, intervistato da Donatella Poretti per Radio radicale, si diverte a provocare i libertari riducendoli a «libertini», e sancendo che per loro fra i liberali del Polo non c’è posto, perché non accettano i valori di «Dio, patria e famiglia».

«Con avversari così andiamo a nozze», mormorano soddisfatti i radicali, che nel collegio di Milano centro dov’è candidata la Bonino incassano anche la candidatura suicida, da parte dell’Ulivo, dell’ex Dc e Fi Onofrio Amoruso Battista, oggi mastelliano, che se la vedrà con Marcello Dell’Utri: «Così si aprono grossi spazi per Emma», prevedono i pannelliani.

Ma, come sempre, è dall’estero che giungono gli aiuti più grossi. Il massimo dissidente cinese, Wei Jingsheng, sarà a Roma sabato per appoggiarli, e così il ministro della sanità ceceno Omar Kambiev, che i radicali hanno appena fatto parlare all’Onu a Ginevra, ma che la Russia ha obbligato a tacere dopo soli due minuti. Ne è nato un caso diplomatico di proporzioni internazionali, registrato da Le Monde in seconda pagina e come sempre ignor ato dai media italiani. 

Sia il cinese che il ceceno aderiscono all’«Osservatorio internazionale sulla legalità in Italia» al quale i boniniani vogliono affidano la sorveglianza sulle nostre elezioni. Vi troveranno un compagno inaspettato: Fausto Bertinotti, il quale con i governi russo e cinese va invece d’accordo, ma che appoggia i radicali nella loro lotta contro il predominio dei due poli in tv.

C’è da giurare che i fuochi d’artificio di Pannella per queste elezioni siano solo all’inizio. Per i radicali sarà un voto decisivo, dopo il trionfo delle europee 1999 e il doloroso ridimensionamento alle regionali 2000. 

«Ma questa volta, contrariamente al ‘94 e al ‘96, siamo riusciti a presentare candidati in tutta Italia», dice Della Vedova, «così non capiterà più di mancare il 4 per cento solo perché non avevamo liste in Veneto». 

Nel frattempo, continua la polemica politica quotidiana. La questione del giorno, per i pannelliani, è la censura a Internet, contenuta nella nuova legge dell’editoria appena approvata dalla maggioranza di centrosinistra: «Vogliono costringere tutti i siti che danno informazioni a registrarsi in tribunale e assumere giornalisti: è un’assurdità burocratica, senza eguali al mondo se non in Cina, che verrà spazzata via dalla libertarietà intrinseca della Rete», assicura Della Vedova.
Mauro Suttora