Wednesday, December 28, 2011

Una brutta fazenda

DON VERZE' IN BRASILE

Cos'è successo al San Raffaele

di Mauro Suttora

Oggi, 21 dicembre 2011

Costa venti milioni di euro il jet intercontinentale di lusso Challenger con cui don Luigi Verzè e il suo vice Mario Cal volavano in Brasile. A Salvador di Bahia il padrone del San Raffaele aveva costruito un ospedale, con 17 miliardi di lire della Cooperazione italiana. Ma aveva anche due «fazendas», fattorie con piantagioni di cocco, mango, banane e uva senza semi. E nella più bella, con piscina in riva all'oceano, invitava spesso amici dall'Italia. Come l'attore Renato Pozzetto, suo socio nella compagnia aerea che gestiva gli elicotteri del pronto soccorso dell'ospedale milanese.

Nel 2007 don Verzè, in preda a una delle sue imbarazzanti megalomanie, si regalò quel costoso giocattolino per evitare i fastidiosi check-in degli aeroporti. Poi però i debiti della Fondazione San Raffaele peggiorarono, le banche non rinnovavano più i fidi, e il prudente Pozzetto l'anno scorso si è ritirato dalla società, l'Airviaggi. In perdita: la sua quota del 30 per cento svalutata ad appena 3 mila euro, praticamente zero.

Solo una briciola, in confronto al gigantesco «buco» provocato dal sacerdote veronese. Sembrava fosse di un miliardo nove mesi fa, quando è stato svelato. Ora è salito a un miliardo e mezzo. Il Vaticano ha estromesso don Verzè. Cal si è suicidato. Centinaia di fornitori premono furibondi per essere pagati. Il faccendiere Piero Daccò è in carcere per bancarotta fraudolenta e associazione per delinquere. La scorsa settimana è finito al fresco anche l'ex direttore finanziario.

L'accusa: tangenti del 3-5 per cento sugli appalti. Il sospetto: che le buste alte centimetri piene di biglietti da 500, rivelate dalla segretaria di Cal, finissero a politici e dirigenti della regione Lombardia. La quale copre quasi tutto il bilancio dell'ospedale: più di mezzo miliardo l'anno. Ancora lo scorso agosto, 41 milioni per «premi di eccellenza». In totale, 3,3 miliardi di soldi pubblici finiti al San Raffaele negli ultimi cinque anni. Ma la pioggia di finanziamenti non ha evitato il crac.

Com'è potuto accadere? Nessuno si era accorto di nulla? Il San Raffaele è una fondazione, quindi non deve esibire i bilanci. Daccò nega di avere pagato pubblici ufficiali. Però conosceva tutti. Ospitava perfino il governatore lombardo Roberto Formigoni sul suo yacht Ad Maiora a Porto Cervo. Ma il vero «amico di tutti» era l'incredibile don Verzè, ammirato da tutti i premier: Giulio Andreotti (che andò in Brasile a inaugurare l'ospedale), Bettino Craxi, Silvio Berlusconi. Il San Raffaele è nato 40 anni fa, accanto alla Milano Due della Fininvest. Assieme riuscirono a far deviare le rotte degli aerei su Linate.

Ultimo estimatore del vulcanico prete bipartisn: il governatore pugliese Nichi Vendola, sponsor del nuovo San Raffaele a Taranto. Anche un altro ex comunista è stato sedotto da don Verzè: Massimo Cacciari, primo rettore della facoltà di Filosofia dell'università privata San Raffaele nel 2002. Lì si è laureata Barbara, figlia di Berlusconi.

«Io vado avanti, la provvidenza seguirà», rispondeva don Verzè a chi gli chiedeva se non facesse passi più lunghi della gamba. Anche quando ha speso 200 milioni di euro per l’enorme cupola accanto alla tangenziale Est di Milano. Sotto la quale in luglio si è suicidato il suo braccio destro Cal. Che disperazione, appena due anni dopo queste foto di «dolce vita» in piscina. E che tristezza, sentire il socio veneto della fazenda brasiliana confessare in tv a Report di rapporti sessuali con ragazze 14enni: «Pedofila, prostituzione? Ma no, qui ci vanno tutti. Sennò loro, poverine, cosa fanno?».

«Don Verzè si presentava come un miliardario con jet privato, circondato da donne e ragazzi», ha raccontato Pedro Lino, consigliere della corte dei conti dello stato di Bahia. Per anni console onorario italiano a Salvador, città di quattro milioni di abitanti, è stata Liliana Ronzoni, direttrice dell’ospedale brasiliano. Riservato a chi ha un’assicurazione, cioè non i poveri. Per loro il San Raffaele brasileiro ha aperto ambulatori esterni. Così non paga le tasse, perché è considerato «umanitario».

Don Verzè e i suoi amici spesso arrivavano alla fazenda in elicottero, per evitare le cinque ore in suv nero cilindrata 3.000 con aria condizionata da Salvador a Conde. Lì trovavano tre piscine, campi da tennis, ponies, gabbie con scimmie. Una fissa , quella del «don» per le gabbie. All’ultimo piano sotto la cupola di Milano, che aveva preteso tutto per lui e addobbato con arredamenti per quattro milioni, teneva una voliera per i pappagalli.

Gli ospiti in Brasile stavano in bungalows. Alle 8 della domenica mattina don Verzè celebrava messa. Superata, quindi, la sospensione a divinis subìta nel 1973 dall’arcivescovo di Milano. Prima di mangiare, a tavola, segno della croce per tutti.

Don Verzè ha fondato una propria congregazione, i «Sigilli». Quasi tutti i dirigenti (soprattutto donne) del San Raffaele ne fanno parte. Pronunciano voto di castità, devozione, purezza. Non di povertà. Una decina di loro, compreso il don, vivono in una lussuosa ex cascina ristrutturata vicino al San Raffaele. Con tre cuochi e tre chef, pagati dalla fondazione col buco miliardario.
Mauro Suttora

Wednesday, December 21, 2011

Cattelan: trionfo a New York

LA PERSONALE AL GUGGENHEIM

di Mauro Suttora

Oggi, 14 dicembre 2011

Grande successo per la mostra retrospettiva personale di Maurizio Cattelan al museo Guggenheim di New York (fino al 22 gennaio). Nonostante la stroncatura del critico del New York Times l’affluenza di pubblico è tale che gli orari serali sono stati prolungati di due ore per tutti i lunedì e martedì, fino a dopo Natale.
Le Monde il 2 dicembre ha definito l’artista padovano «santo patrono dei sovversivi», e lo colloca con Jeff Koons (ex marito statunitense di Cicciolina), l’inglese Damien Hirst e il giapponese Takashi Murakami nell’olimpo dei quattro maggiori artisti contemporanei.
● 130 opere di Cattelan sono appese dal soffitto dell’edificio costruito 50 anni fa da Frank Lloyd Wright. L’effetto è giudicato strabiliante.
● L’ultimo artista italiano che ebbe l’onore di una mostra personale al Guggenheim fu, nel 1999, Francesco Clemente
della Transavanguardia.

'Poveri' più ricchi dei Trans

GLI ARTISTI DELL'ARTE POVERA SONO PIU' QUOTATI DI QUELLI DELLA TRANSAVANGUARDIA

Aste di Cristie's e Sotheby's: record per Boetti, Pistoletto, Pascali. Le due mostre antologiche parallele a Milano

di Mauro Suttora

Oggi, 14 dicembre 2011

Grandi emozioni due mesi fa, il 13 ottobre, nel salone dalla casa d’aste Sotheby’s di Londra. Altro che crisi. La vendita di arte contemporanea italiana stabilisce il record d’incassi: 62 milioni di dollari. Più di tutte le vendite di contemporanea dell’intero 2010. Record per Alberto Burri: la sua Combustione Legno del 1957 se l’aggiudica un anonimo cliente al telefono, dopo una fiera battaglia con altri quattro collezionisti che provoca un rialzo del 300 per cento.

Straccia la base d’asta e stabilisce il record personale anche Michelangelo Pistoletto, decano biellese dell’Arte povera: 800 mila dollari per il suo Muro del ’67 (vedere la classifica a pag.92). Ma è un trionfo per tutta l’Arte povera, da Alighiero Boetti «battuto» l’anno scorso per 2,7 milioni di dollari, al povero Pino Pascali, scomparso in un incidente di moto a 33 anni nel ’68.

Fino alla fine di gennaio è possibile visitare una grande mostra sull’Arte Povera alla Triennale di Milano. E, contemporaneamente, paragonarla all’altra corrente pittorica che ha dominato la scena italiana negli ultimi trent’anni: la Transavanguardia, in mostra a Palazzo Reale.

Anche quest’ultima ha raccolto notevoli soddisfazioni commerciali: cinque anni fa Enzo Cucchi è stato battuto per un milione di dollari da Christie’s a Londra, e nel 2007 Sandro Chia ha toccato il mezzo milione.
Però, volendo fare una semplice e semplicistica hit parade dei prezzi, vincono i «poveri». Perché?

«Il motivo è semplice», risponde la art advisor Patrizia Manici: «Molti artisti dell’Arte povera purtroppo sono scomparsi: Pascali, Boetti, Merz, Fabro. Le quotazioni aumentano sempre, dopo la morte. Anche perché gli artisti non possono produrre più, inflazionando il mercato. Il riconoscimento alla qualità del loro lavoro è arrivato anche grazie ai media. E comunque l’arte povera è meno compiacente della Transavanguardia, frutto di una ricerca più intellettuale: per questo dura di più».

Il successo commerciale di un artista è costruito o facilitato da critici, galleristi, grandi collezionisti e curatori di musei. Non è un mistero, per esempio, che per riconquistare il titolo di «artista vivente più quotato» sottrattogli da Lucian Freud (vedi sotto) Damien Hirst nel 2008 orchestrò con un consorzio l’acquisto del suo Cranio con diamanti.

«In 40 anni i prezzi dell’Arte povera si sono rivalutati mediamente del 300 per cento», spiega Marina Mojana, critico del Sole 24 Ore, «conferma la regola d’oro del mercato dell’arte: il consolidamento arriva dopo una trentina d’anni dall’esordio, ma soltanto se intorno agli artisti si crea la felice congiunzione di un critico intelligente e di galleristi coraggiosi e lungimiranti».

Sia l’Arte povera, sia la Transavanguardia hanno avuto i loro numi tutelari in due critici, che le hanno «inventate» dando loro il nome: il genovese Germano Celant (nel 1968) e il salernitano Achille Bonito Oliva (1979). A decenni di distanza, le due mostre antologiche di Milano sono ancora curate da loro.

«Erano veramente poveri»

«L’Arte povera, però, non è mai stata una costruzione a tavolino», precisa Roberto Coda Zabetta, uno dei pittori italiani più apprezzati e “internazionali” della generazione dei trentenni. «Prima di essere risconosciuti, quegli artisti hanno sofferto. Alcuni di loro erano poveri sul serio, vivevano in campagna, scolpivano con le mani. Usavano materiali poveri anche per necessità: semplicemente, l’immondizia costava meno delle tele. E se un giornalista voleva intervistarli, magari lo mandavano a quel paese.

«La Transavanguardia, invece, nacque come operazione di marketing. Dopo i concettualismi degli anni ’70 le avanguardie artistiche erano in crisi. Di qui il nome del movimento, che “supera” l’avanguardia e recupera la pittura. Nel 1980 Bonito Oliva e i suoi ‘magnifici cinque’ hanno studiato perfettamente momento, motivo e modo per arrivare al successo. Che infatti hanno raggiunto subito, alla Biennale di Venezia. E dicendo questo non voglio sminuire la genialità del critico e dei pittori».

Adesso sia i «poveri», sia i «transavanguardisti» sono star internazionali. Su di loro vengono girati film, come quello del tedesco Georg Brintrup su Enzo Cucchi. Pistoletto, 78 anni, gira il mondo, ma nella sua Biella ha messo in piedi una fondazione (Cittadellarte) che offre borse di studio Unesco a giovani artisti di tutto il pianeta. Altre Fondazioni curano i lasciti di Boetti e Merz.

Trasferiti a New York

Sandro Chia vive fra New York e la Toscana, dove produce vino. Anche Francesco Clemente (che da giovane fu assistente del «povero» Boetti) ormai si è stabilito a Manhattan: lì il museo Guggenheim gli fece già nel 1999 (vedere il riquadro sopra) l’onore di una retrospettiva personale. Dalla quale è reduce il suo collega Mimmo Paladino, nel milanese Palazzo Reale (con la grande montagna di sala accanto al Duomo), dopo che l’anno scorso ha curato la scenografia del grande tour di Francesco de Gregori e Lucio Dalla.

Oltre che a Milano, i Transavanguardisti sono in mostra singolarmente a Modena (Chia, fino al 29 gennaio), Prato (Nicola De Maria, fino al 4 marzo), Catanzaro (Cucchi al Marca dal 17 dicembre a fine marzo), Roma (Paladino il prossimo marzo all’ex Gil) e Palermo (Clemente dal 15 marzo a palazzo Sant’Elia).
Mauro Suttora


Classifiche quotazioni alle aste:

TRANSAVANGUARDIA

1° Enzo CUCCHI
(Ancona, 1949)
1 milione di $
'Quadro Santo' (1980)
aggiudicato da Christie's Londra il 22.6.06

2° Sandro CHIA
(Firenze, 1946)
500 mila $
'Il figlio del farmacista'
Christie's Londra 15.10.07

3° Francesco CLEMENTE
(Napoli, 1952)
400 mila $
'Porta Coeli'
Christie's Londra 23.6.05

4° Mimmo PALADINO
(Benevento, 1948)
300 mila $
'Canto I' (1995)
Christie's Londra 22.6.06

5° Nicola DE MARIA
(Benevento, 1954)
150 mila $
'Regno dei fiori'
Christie's Londra 23.10.01


ARTE POVERA

1° Alighiero BOETTI
(1940-94)
2,7 milioni
'Mappa' (1989)
Christie's Londra, luglio 2010

2° Piero PASCALI
(Bari, 1935-68)
2,6 milioni
'Cannone semovente' (1965)
Christie's Londra ottobre 2003

3° Mario MERZ
(Milano, 1925-2003)
1,4 milioni
'Igloo object cache-toi' (1968)
Christie's Londra febbraio 2005

4° Jannis KOUNELLIS
(Pireo, Grecia 1936)
1,2 milioni
'Untitled' (1960)
Christie's Londra ottobre 2008

5° Luciano FABRO
(Torino, 1936-2007)
900 mila
'Italia carta stradale' (1969)
Sotheby's Londra ottobre 2006

6° Michelangelo PISTOLETTO
(Biella, 1933)
800 mila
'Muro' (1967)
Sotheby's Londra 13 ottobre 2011

Wednesday, December 14, 2011

Svizzera: la casa dei suicidi

DOPO IL CASO DI LUCIO MAGRI: VIAGGIO A ZURIGO, DOVE SI PUO' MORIRE CON DIGNITAS

Oggi - dal nostro inviato Mauro Suttora

Pfäffikon (Svizzera), 1 dicembre 2011

«Non si nota. Non ci fa impressione. Lì dietro c’era già il cimitero, e avere davanti la “casa blu” è come stare di fronte a una clinica. Sono molto discreti».
Parola di Theo Widmer, allenatore della squadra di calcio di Pfäffikon che si allena in uno dei ben cinque campi di fronte alla «clinica del suicidio». Dignitas, l’associazione per «l’aiuto alla morte» («Sterbehilfe»), è arrivata qui nel 2009 dopo essere stata cacciata in dieci anni da due sedi, sempre nei dintorni di Zurigo. Ai vicini dava fastidio il lugubre andirivieni di bare. Così l’avvocato Ludwig Minelli, fondatore di Dignitas, questa volta ha scelto una zona industriale fuori mano, fra la fabbrica Maschinenbau e i boschi di pini.

Qui vengono gli stranieri

Questo è l’unico posto in Svizzera, oltre a Exit International di Berna, ad accogliere anche stranieri. L’ospedale pubblico di Losanna e Exit di Ginevra assistono solo i suicidi svizzeri romandi. È venuto qui Lucio Magri, il politico di sinistra che l’ha fatta finita la scorsa settimana? «Non so nulla, e comunque sono dati che non forniamo», risponde un anziano signore sospettoso da dietro il cancello. Non apre.

«Magri si è affidato a un medico privato a Bellinzona», ci dice Emilio Coveri, presidente di Exit Italia. Sì, perché oltreconfine basta la ricetta di un qualsiasi dottore per ottenere un flacone del micidiale Nap (Natrium Pentobarbital) che, bevuto con un sonnifero, provoca la morte indolore in pochi minuti.

Forse la verità non si saprà mai, perché gli articoli 579 e 580 del codice penale italiano puniscono sia l’omicidio del consenziente, sia l’aiuto al suicidio. Nel caso di Magri, pare che ad assisterlo in Svizzera sia stata la compagna di lotte politiche Rossana Rossanda (87 anni, residente da 30 a Parigi). «Noi non possiamo neppure accompagnare al confine chi va in Svizzera», dice Coveri, «anche se forniamo tutte le informazioni».

C’è poi la distinzione fra «aiuto al suicidio», permesso in Svizzera, e l’eutanasia («dolce morte»), proibita anche lì. Perciò è lo stesso suicida che deve portare alla bocca con le proprie mani il bicchiere con il farmaco letale. Se lo fa chiunque altro, è omicidio. Per dimostrare che la legge viene rispettata, tutte le fasi dell’operazione vengono filmate.

I cento suicidi all’anno effettuati in questo prefabbricato di lamiera blu (2-3 alla settimana, il 60% dalla Germania, 19 italiani nel 2011) seguono una procedura rigorosa. All’inizio c’è l’incontro col medico per un colloquio preliminare, la presentazione della cartella clinica e la prescrizione della ricetta. La malattia incurabile dev’essere accertata da tre medici, che verificano anche se il malato è in pieno possesso delle sue facoltà mentali.

Obbligo di far cambiare idea

I dottori hanno il preciso obbligo di convincere gli aspiranti suicidi a recedere dal loro proposito. E pare che nella maggioranza dei casi ce la facciano: «In dodici anni abbiamo aiutato a vivere 30 mila persone, e a morire solo 1.200», assicura Minelli.

Dignitas ufficialmente non accetta casi di depressione anche gravissima come quello di Magri. In teoria la legge svizzera non lo proibisce, ma non si è mai trovato alcuno psichiatra che la certificasse come «malattia terminale».

Poi inizia la fase finale. Quasi sempre il malato è accompagnato da un familiare o un amico. Può scegliere come colonna sonora per il congedo fra varie canzoni. Le preferite: God only Knows (Solo il Signore sa) dei Beach Boys, How Can I Tell You di Cat Stevens e For My Lady dei Moody Blues (quest’ultima probabilmente per le coppie).

Bob Dylan per Welby

Può sembrare grottesco e perfino agghiacciante addentrarsi in particolari musicali. Invece le canzoni sono importanti per affrontare questi momenti tremendi. Piergiorgio Welby nel 2006 scelse un brano di Bob Dylan.

Poi il malato lascia gli accompagnatori ed entra in una seconda stanza, dove alla presenza di un medico legale si procede. Gli si domanda ancora se è convinto della sua decisione. Si somministra un antiemetico per evitare il vomito. Dopo mezz’ora, sempre che il suicida non abbia cambiato idea in extremis, gli viene portato il cocktail letale sciolto in acqua o succo di frutta. Per berlo può usare anche una cannuccia. Dopo pochi minuti si addormenta, all’anestesia subentra il coma, infine entro 20-30 minuti sopraggiunge l’arresto cardiaco o respiratorio.

«Siamo coinvolti anche noi, oltre alla procura e alla polizia», dice il segretario comunale di Pfäffikon, Hanspeter Thoma, «perché il medico che stabilisce il decesso lo comunica all’anagrafe per il certificato di morte».

Le salme vengono trasportate con veicoli neutri: niente carri funebri, per non dare nell’occhio. E i vicini sembrano apprezzare: «Al massimo vediamo qualcuno che entra in sedia a rotelle», ci dice il proprietario del chiosco di cevapcici (spiedini slavi) proprio di fronte alla casa blu.

Max Sommerhalder, che ha uno studio pubblicitario a due portoni di distanza su Barzloostrasse, conferma: «Se non avessi letto sui giornali di quest’attività, non me ne sarei accorto: al massimo un po’ di auto targate Germania o Olanda parcheggiate lì davanti».

Discrezione, praticità. Anche di fronte alle accuse contro Minelli di arricchirsi con la morte altrui: il costo è di 3 mila euro, che aumentano fino a 7-8 mila se si arriva fino alle urne con le ceneri spedite a domicilio all’estero. L’anno scorso è stato assolto dall’accusa di avere gettato in un lago 67 urne. Ma un mese fa ha dovuto ingoiare l’epiteto di «mostro» pubblicato da un giornale: non era un insulto, perché è stato scritto in senso ironico.

Svizzeri indifferenti e pratici

Come sempre, gli svizzeri badano al sodo. Nessun dibattito ideologico su astratti diritti alla vita e alla morte. Lo scorso maggio il cantone di Zurigo ha votato sulla possibilità per gli stranieri di venire a farla finita da Dignitas. Ha votato soltanto il 30 per cento, e 80 su cento hanno confermato il sì. Ma più che altro qualcuno voleva far pagare una tassa ai «turisti del suicidio».
Così la Svizzera, che ai suoi tossici fornisce l’eroina per drogarsi in un ambulatorio, dà a tutti gli europei la libertà di ammazzarsi.
Mauro Suttora

Manovra: cosa cambia per noi?

10 RISPOSTE PER CAPIRE: SPECIALE MANOVRA

L'USO DEI CONTANTI. L'AUMENTO DI IVA E IRPEF. L'ETÀ DELLA PENSIONE. LA NUOVA ICI, LE TASSE SULLA CASA E GLI AFFITTI. IL BOLLO SULLE AUTO DI LUSSO E SULLE BARCHE.
ECCO TUTTO QUELLO CHE DOBBIAMO SAPERE SULLE DECISIONI "SALVA ITALIA" DEL GOVERNO MONTI. CON UN OCCHIO SULLO STIPENDIO DEL PREMIER E SUI VITALIZI DEI PARLAMENTARI

di Mauro Suttora

Oggi, 14 dicembre 2012

Una manovra di sacrifici per salvare l'Italia e l'Europa. I ministri e le tv ci hanno riempito di parole. Ma che cosa accadrà davvero alle nostre tasche con questa stangata? Quando potremo andare in pensione? Quanto pagheremo per le nostre case (se ne abbiamo una o più di una)? E gli affitti aumenteranno? Quanto dovranno pagare i proprietari delle auto di lusso e delle barche? Ma pagherà anche chi ha un gommone di 10 metri? Iva e Irpef aumenteranno? E chi ha Bot è salvo o paga? Infine: è ancora possibile pagare in contanti o dobbiamo affidarci solo a pagobancomat e carta di credito?
L'Italia è uscita frastornata e con le idee confuse dalla conferenza stampa dei ministri economici e ci hanno lasciato molte domande senza risposte certe. Qui abbiamo cercato di spiegarvi tutto (o quasi) in dieci punti

1) HO ANCORA DELLE VECCHIE LIRE. NON SI POSSONO PIÙ CAMBIARE?
No. Basta, finito. Potevate svegliarvi prima. Ci avevano dato dieci anni e due mesi di tempo per il cambio, quando nacque l' euro il 1° gennaio 2002. Se non ci abbiamo pensato Qno ad ora, peggio per noi. Con il trucchetto di anticipare di tre mesi la scadenza del 29 febbraio 2012 lo Stato incamera un bel gruzzoletto: un miliardo e 300 milioni di euro. Sono infatti ben 300 milioni le banconote in lire che non risultano mai cambiate, e quindi ancora in circolazione. Il totale in lire è 2.500 miliardi. Mancano all' appello ben 200 milioni di vecchie mille lire, ma anche 300 mila pezzi di banconote da 500 mila.

2) HO 59 ANNI E LAVORO DA 35. STO PER PENSIONARMI. ORA NON POSSO PIÙ?
No. E dovrà lavorare ancora per sette anni. Questo è il caso più doloroso: quello di chi fino a ieri poteva usufruire delle pensioni di «anzianità» (anticipate), per le quali bastava avere lavorato almeno 35 anni. Ora il limite minimo è stato portato a 42 anni per gli uomini e 41 per le donne. Sette anni in più in un colpo solo.

«In pratica le pensioni di anzianità sono state quasi abolite», spiega l'esperto di previdenza Bruno Benelli. Infatti, anche chi ha cominciato a lavorare (e versare contributi!) a 14 anni, deve comunque andare avanti fino a 55-56 anni. Naturalmente valgono per tutti i nuovi limiti per le pensioni di «vecchiaia» (quelle normali): 66 anni per i maschi e 62 per le femmine (ma arriveranno pure loro a 66 entro il 2018). Chi si prepensiona prima dei 41-42 anni di lavoro ha una decurtazione del 2% annuo.

Restano in vigore le eccezioni per i lavori «usuranti» (gallerie, miniere, cave, palombari, fonderie, lavoratori notturni, conducenti di bus). Ora ci saranno problemi per le aziende che contavano di prepensionare dipendenti costosi sostituendoli con giovani pagati meno. E per i giovani, che hanno meno opportunità.

3) CON UNA PENSIONE DI MILLE EURO QUANTO PERDO SENZA INDICIZZAZIONE?
Dipende dal tasso d'inflazione. Che nel 2011, secondo l'Istat, è stato del 2,6 per cento. I titolari di pensioni fino a 936 euro mensili (il doppio della minima) sono gli unici a rimanere protetti al 100% dall'aumento dei prezzi. Le pensioni di mille euro perderanno 1,6 euro al mese, 21 all' anno. Quelle da 2 mila euro, invece, subiranno un salasso mensile di 26 euro netti, che moltiplicati per tredici mensilità fa 341 euro.

Oltre i 2.300 euro le pensioni sono protette dall' inflazione solo per il 75 per cento, quindi la perdita è in proporzione minore. L'indicizzazione è sospesa per due anni. I pensionati devono quindi sperare che nel 2012 l' inflazione non sia troppo alta.

4) HO UNA CASA, PIÙ UNA IN MONTAGNA E UNA AL MARE. QUANTO PAGHERÒ?
Nell'ipotesi che la casa in città (prima casa) abbia un valore commerciale di 400 mila euro, quella in montagna 200 mila e quella al mare 300 mila, ecco l' ammontare Sulla prima casa è reintrodotta l' Ici (abolita nel 2008), che si chiamerà Imu (Imposta municipale immobili), ingloberà la Tarsu (Tassa rifiuti solidi urbani, la spazzatura) e finanzierà direttamente i Comuni.

Il valore catastale è sempre assai inferiore a quello di mercato. Supponiamo che sia di 129 mila euro. L'estimo catastale va aumentato del 60%, quindi si arriva a 206 mila. Il 4 per mille ammonta a 826 euro annui, e con la detrazione fissa (franchigia) si scende a 626. Ma attenti: il Comune può aumentare l'aliquota al 6 per mille, e si arriva a 1.038. In ogni caso, si pagherà il 60% in più dell' Ici 2008. Per le seconde case l'aliquota arriverà fino al 10,6 per mille. Quest'anno l'Ici media era del 7 per mille, quindi la batosta è notevole: circa 800 euro in più per la case da 200 mila euro, e 1.200 per quelle da 300 mila.

5) CON LE TASSE SULLE SECONDE CASE AUMENTERANNO ANCHE GLI AFFITTI?
Probabilmente sì. Ma solo nei periodi di punta delle vacanze: agosto per quelle al mare, e Natale e Capodanno in montagna. Per il resto, il mercato della case di vacanza era in grande sofferenza anche prima della manovra. Tranne che per le località top, le quotazioni medie erano diminuite del 10-20% nell' ultimo anno, e in alcuni casi (laghi, campagna lontana dalle metropoli) erano crollate anche di un terzo.

I valori di acquisto/vendita non si ripercuotono automaticamente sugli affitti: seguono la legge della domanda e offerta di ciascuna località e di ciascun periodo. Tutti sappiamo che la stessa casa a Porto Cervo o a Cortina si può affittare a un terzo del prezzo in giugno o a settembre rispetto ad agosto. Insomma, come per la domanda seguente, tutto dipende dal locatario e dal locatore. Quest' ultimo proverà a giustificare un richiesta d' aumento con le nuove tasse. Ma gli si può sempre rispondere di no.

6) L'IVA CRESCE FRA SETTE MESI. ANCHE I PREZZI? E L'IRPEF REGIONALE?
Attenti agli speculatori. Chi giustifica gli aumenti con la crescita dell' Iva sta solo cercando di truffarvi. Infatti l' Iva era già aumentata quest'estate, ma di un solo punto. E, tranne che in alcuni casi in cui i margini per i commercianti sono già ridotti al minimo (per esempio, gli alimentari nelle catene di supermercati), un aumento così piccolo non giustifica una ripercussione automatica sul prezzo finale. L'Iva aumenta di nuovo (dal 21 al 23%) dal luglio 2012. Ma fino ad allora, qualunque aumento è ingiustificato.

Più nascosta, invece, la manovra sull'Irpef (la dichiarazione dei redditi che si presenta a maggio). È vero che, contrariamente alle attese, il governo non ha aumentato le aliquote: neppure quelle del 41% sui redditi da 55 mila a 75 mila euro, e quella massima del 43% oltre i 75 mila. Ma ha aumentato dello 0,33 l'Irpef regionale su tutte le aliquote. Quindi, per i redditi da 50 mila annui c' è un +165 euro.

7) I VITALIZI DEI PARLAMENTARI VENGONO ABOLITI? E LE PROVINCE?
No, il governo non può imporre nulla agli altri organi costituzionali (Parlamento, Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale). Quindi devono essere loro stessi ad autodisciplinarsi. Sarebbe grave che, nel momento in cui tutte le pensioni passano dal sistema retributivo (80% dell' ultimo stipendio) a quello contributivo (la media di tutti i contributi effettivamente versati), soltanto i mille parlamentari percepissero un vitalizio che vale otto volte più dei contributi. Camera e Senato hanno promesso una revisione, vedremo se manterranno l'impegno.

Neanche le Province possono essere abolite senza una legge costituzionale. Quindi il governo si è limitato a tagliarne totalmente le giunte, e a diminuire fino a dieci i consiglieri, che non verranno più eletti, ma nominati dai consigli comunali. E ha diminuto i posti nelle costose Authorities.

8) UN GOMMONE DI 10 METRI PAGA 7 EURO AL GIORNO ANCHE STANDO FERMO?
Sì. Incredibile ma vero, con la scusa di colpire il lusso (yacht, aerei privati, elicotteri) vengono prese di mira tutte le imbarcazioni che superano i dieci metri. E poiché è difficile individuarne i proprietari, che spesso si mascherano dietro a società estere, viene tassata la navigazione in acque pubbliche e il semplice «posteggio» (perfino l' ancoraggio a una boa): sette euro al giorno dai 10 ai 12 metri, 12 euro fino ai 14 metri, 40 euro fino a 17, 75 euro fino a 24 metri, e 150 euro al giorno per gli yacht oltre i 24 metri.

9) QUANTO COSTERÀ TENERE BOT E ALTRI TITOLI SU UN CONTO IN BANCA?
Chi ha titoli pubblici e privati (azioni, obbligazioni, fondi) fino a 5 mila euro è esentato. Dai 5 ai 50 mila si paga lo stesso bollo dei conti correnti: 34 euro l' anno. Dai 50 ai 150 mila la tassa sarà di 70 euro, che aumenterà nel 2013 a 230. Fino ai 500 mila ora sono 240 euro, che fra un anno aumenteranno a 780. Oltre il mezzo milione di titoli il prelievo aumenterà dagli attuali 680 a 1.100 euro.

«È una piccola patrimoniale sulle attività finanziarie», ha detto il viceministro dell'Economia Vittorio Grilli. La tassa sui «patrimoni» (quello che si ha, non quel che si guadagna) era una richiesta del centrosinistra, mentre il centrodestra è contrario. Mario Monti ha detto che lui personalmente non è contrario, visto che esiste in Paesi come la Francia.

10) PAGARE IN CONTANTI PER PIÙ DI 1.000 EURO È PROIBITO? COSA SI RISCHIA?
Fino ad agosto si poteva pagare in contanti fino a 12.500 euro. Poi il tetto è stato ridotto a 2.500 euro dal governo Berlusconi. E ora passa a soli mille euro. Oltre questa cifra si potranno usare solo bancomat, carte di credito, assegni non trasferibili e bonifici on line. Gli assegni circolari e i libretti al portatore sono equiparati al contante. La sanzione arriva fino al 40 per cento della cifra pagata illegalmente.

Fra i Paesi sviluppati l'Italia è quello in cui circola più contante. Questo è il modo più semplice per mafia, camorra, 'ndrangheta, evasori e tangentari di nascondere i propri affari e riciclare il denaro sporco. Quindi è una misura necessaria: i pagamenti devono essere «tracciabili». Il governo negozierà con banche e società di carte di credito la diminuzione delle commissioni.

Mauro Suttora

Perché piange la Fornero

di Mauro Suttora

Oggi, 5 dicembre 2011

Non era mai capitato che un ministro scoppiasse a piangere in diretta tv mentre annuncia un provvedimento. Pochi mesi fa la premier australiana si è commossa ricordando i morti di un’alluvione; un ministro kenyiota si è bloccato mentre rievocava una strage; un ministro indiano ha pianto quando l’hanno arrestato.

Ma Elsa Fornero si è emozionata solo perché doveva pronunciare la parola «sacrifici» per i pensionati. Una nota di umanità che le fa onore. La sua capacità di immedesimarsi nelle difficoltà degli anziani (che per due anni non saranno protetti dall’inflazione) deriva forse dalla sua storia personale.

Figlia di un operaio, la giovane Elsa si svegliava alle 5 per andare a studiare a Torino dal suo paesino, San Carlo Canavese. Con borse di studio ha frequentato ragioneria e poi la facoltà di Economia. Si è diplomata nel 1967. C’erano i Beatles e le minigonne, ma lei confessa di non avere mai frequentato «locali per giovani». Solo studio, sacrifici e impegno.

Suo compagno di classe all’istituto tecnico commerciale era Cesare Damiano, che l’ha preceduta (2006-8) come ministro (Ds) del Lavoro. Una coincidenza, che forse pesa nello stress di questi giorni. Damiano infatti è oggi uno dei principali oppositori della riforma pensionistica della Fornero. Una lunga distanza da quando, entrambi giovani idealisti, «discutevamo di noi, del futuro, del mondo».

Elsa ha incontrato suo marito, l’economista Mario Deaglio, all’università. Colleghi e amici di Mario Monti, lo invitavano nella loro casa torinese. Ma Elsa lo faceva mangiare in cucina, e gli parlava di economia mentre mescolava il risotto. Non ha mai perso la sua spontaneità. Neanche domenica sera, quando è scoppiata a piangere davanti all’Italia intera.

Wednesday, November 30, 2011

Indiscreto: i nuovi ministri

RITRATTI PRIVATI DEL GOVERNO DI MARIO MONTI

Oggi, 23 novembre 2011

di Mauro Suttora

«Bambini non urlate, arriva il marchese». Giulio Terzi di Sant’Agata, nuovo ministro degli Esteri, veniva a casa mia 40 anni fa a Bergamo per prendere lezioni private di francese da mia madre. Lo parlava già bene, ma voleva perfezionarlo con un po’ di conversazione in vista del concorso per entrare in diplomazia. Poi una gran carriera: Parigi, Canada, Bruxelles, Onu, ambasciatore in Israele e, da due anni, a Washington.

Qui, una piccola seccatura: l’ex moglie Gianna Gori manda una lettera a tutti (presidente della Repubblica, del Consiglio, ministro degli Esteri) per protestare contro la nuova compagna di Terzi, Antonella Cinque, che a volte si presentava come «moglie» nelle occasioni ufficiali. E il povero marchese costretto a denunciarla per diffamazione, calunnia e ingiuria, precisando che non stanno più insieme dal 2004 e che la nuova compagna «è la mamma dei miei figli nati nel 2008».

È al secondo matrimonio anche Corrado Passera, ministro di Sviluppo, Infrastrutture e Trasporti. Ha conosciuto la deliziosa Giovanna Salza, 37 anni, dieci anni fa quando guidava le Poste e lei era all’ufficio stampa. Si sono incontrati di nuovo nel 2008: lui capo di Banca Intesa che si occupava di Alitalia ed Air One, lei addetta stampa di quest’ultima. È scoccata la scintilla, l’anno scorso è nata la figlia Luce (lui ne ha già due), e lo scorso maggio il matrimonio. Non in uno dei begli alberghi della famiglia Passera a Como, ma nel vicino Villa d’Este di Cernobbio.
Alle nozze c’erano Mario Monti ed Elsa Fornero, vicepresidente di Banca Intesa, oggi pure lei ministro. E la bella Giovanna, di nuovo incinta, svolazzava felice al giuramento del governo nel salone del Quirinale.

L’unica altra donna vestita di bianco durante la cerimonia (che differenza rispetto al debutto del governo Berlusconi nel 2008, con le ministre Carfagna, Prestigiacomo e Gelmini) era la professoressa Fornero, ministro del Lavoro. Allieva di Onorato Castellino, preside della facoltà di Economia dell’università di Torino (dove per ben 15 anni, fino all’85, ha insegnato Mario Monti) scomparso quattro anni fa. Ma anche moglie di un altro illustre economista: Mario Deaglio, direttore del Sole 24 Ore nel 1980-83 e fratello del giornalista Enrico fondatore di Lotta Continua. E qui il cerchio si chiude, perché uno dei migliori libri di introduzione all’economia, su cui hanno studiato generazioni di universitari, nel 1978 lo scrisse la Fornero con Castellino, Deaglio e Monti (più il liberista Sergio Ricossa). Né la Fornero è digiuna di politica: è stata consigliere comunale a Torino nel 1993-98 in una lista civica d’appoggio al sindaco di sinistra Valentino Castellani.

La lista dei prof torinesi non si esaurisce qui. Nuovo ministro dell’Istruzione è Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino fino a pochi mesi fa, quando la Gelmini lo ha nominato presidente del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche). Ha mandato i suoi studenti a fare stages in Cina, ed è stato sia lodato che criticato per lo stretto rapporto con le aziende private. La sinistra voleva candidarlo sindaco di Torino lo scorso giugno, prima del sì di Piero Fassino.

Piemontese e docente universitario (diritto costituzionale) è anche Renato Balduzzi, che torna al ministero della Salute da ministro dopo averne diretto l’ufficio legislativo fino al 2000 fa sotto Rosy Bindi. Lì aveva preparato un disegno di legge per riconoscere le coppie di fatto (Dico, diritti di convivenza anche per i gay), poi affossato dai cattolici di destra.

Fabrizio Barca, ministro della «Coesione territoriale» (ex Affari regionali), discende da quell’aristocrazia del vecchio Pci che ha mandato i figli a studiare economia in Inghilterra e Stati Uniti con eccellenti risultati (per esempio Lucrezia Reichlin, figlia di Alfredo e Luciana Castellina). Suo padre Luciano, oggi 91enne, fu direttore dell’Unità e alto dirigente del partito a fianco di Enrico Berlinguer e Napolitano. Lui ha un curriculum accademico impressionante (Cambridge, Mit, Stanford), più vent’anni all’ufficio studi della Banca d’Italia e gli ultimi 13 al ministero del tesoro. Ha tre figli dalla moglie americana Clarissa.

L’altro «giovane» del governo, Enzo Moavero, è sposato con tre figli. Si è fatto apprezzare da Monti come suo capo di gabinetto a Bruxelles dal ’95 al 2005, dopo esserlo stato del dc Filippo Maria Pandolfi.

È curioso che l’unico allievo di Gianfranco Miglio, primo ideologo della Lega Nord, sia entrato proprio in un governo che ha la Lega come unica opposizione. Lorenzo Ornaghi, rettore dell’università Cattolica, ministro dei Beni Culturali, non ha simpatie leghiste. Però si è laureato con Miglio nel '72, e poi ne è stato l’«erede» sulla cattedra di Scienza della politica. Monti gli aveva offerto l’Istruzione, ma il Pd si è opposto per la sua vicinanza ritenuta eccessiva al Vaticano: Ornaghi infatti ha partecipato un mese fa al convegno di Todi che ha segnato la «riscossa» dei cattolici in politica.

A Todi c’erano anche Passera e Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio. Per quest’ultimo è stato cucito su misura un nuovo ministero, Cooperazione (tolta agli Esteri) e Integrazione (tolta agli Interni), che gli pemetterà di agire sia all’estero (Sant’Egidio media nei conflitti africani e centroamericani) sia per gli immigrati in Italia.

Corrado Clini, ministro dell’Ambiente, e Mario Catania (Agricoltura) non hanno bisogno di trasferirsi: da molti decenni sono dirigenti dei loro ministeri.
Anche il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, è un «interno»: capo di stato maggiore, capo di gabinetto di ministri sia di centrodestra (Carlo Scognamiglio), sia di centrosinistra (Sergio Mattarella). Quando Monti gli ha annunciato la nomina era in missione segreta in Afghanistan. Appassionato di storia dell’arte, non si offende se lo definiscono «un intellettuale prestato alle forze armate».

Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno, è stata per ben 23 anni addetta stampa della prefettura a Milano. Poi prefetto a Catania, Brescia, Bergamo, Vicenza, Genova, quindi commissario a Bologna e Parma (da un mese): quando i sindaci cadono lei li rimpiazza. E lei è così brava che a Bologna la volevano eleggere sindaco. Nata in Libia, ha un marito ex farmacista, due figli e quattro nipoti.

Una nota dolorosa, infine. Tutta Italia ha notato il braccio destro mancante di Paola Severino, 63 anni, ministro della Giustizia, napoletana (unica meridionale oltre a Di Paola): era malato, sempre più inabile, e recentemente si è resa necessaria l’amputazione. Questo non ha impedito alla ricchissima avvocatessa (sei milioni nel 2007) di regalare alla cerimonia del giuramento una delle poche note di colore: la presenza dei suoi due biondi nipotini. Suo marito Paolo Di Benedetto fu nominato da Passera gestore dei fondi delle Poste, poi è stato commissario Consob fino all’anno scorso.
Mauro Suttora

Bruciati da Monti

VOLEVANO ROTTAMARE MA SON FINITI ROTTAMATI

La nascita improvvisa del nuovo governo ha spento le ambizioni di molti: da Giorgio Gori, marito di Cristina Parodi, al sindaco di Firenze Matteo Renzi

di Mauro Suttora

Oggi, 23 novembre 2011

Matteo Renzi: chi se lo ricorda più? Solo un mese dopo, il suo meeting alla Leopolda è già dimenticato. Travolto da Mario Monti, che ha «rottamato» quelli che voleva rottamare lui.

Anche altri hanno sbagliato i tempi, presi in contropiede dal governo tecnico. Giorgio Gori, per esempio: la sua discesa in campo non era per fare il deputato. Ce lo vedete l'ex direttore delle tv di Berlusconi e produttore dell'Isola dei famosi a passare le giornate tra aula e commissioni?. Forse puntava alla Rai, ma ora è fuori gioco.

Domenico Scilipoti e i «responsabili»: di colpo non contano più nulla. Gianfranco Fini: non sa più che fare, dimettersi o non dimettersi, il suo partito al 3 per cento, si riavvicina a Berlusconi, Casini lo cannibalizza...
Ma anche il segretario Udc ha i suoi problemi, con il tesoriere del proprio partito accusato di avere preso una tangente da 200 mila euro per lo scandalo Enav (Ente assistenza volo).

Gli ex dc Giuseppe Pisanu e Claudio Scajola (Pdl), che aspiravano al ruolo di "pontieri" fra i due poli, ora rimangono nell'ombra.

Alessandro Profumo: l’«altro» banchiere (ex Unicredit) pronto per la politica, azzoppato dallo scandalo per la sua buonuscita e da un’inchiesta per frode fiscale, è stato superato in corsa da Corrado Passera.

Un po’ spiazzati sembrano anche Luca di Montezemolo e Emma Marcegaglia. La presidente di Confindustria, il cui mandato scade fra pochi mesi, era candidata a un ministero. Ma Monti le ha preferito i professori. Fra questi, tuttavia, non il rettore dell'università Bocconi Guido Tabellini, che alla fine è rimasto fuori dalla compagine di governo.

Mauro Suittora

Wednesday, November 23, 2011

Chi è Mario Monti

IL CONTRARIO DI BERLUSCONI

Oggi, 16 novembre 2011

di mauro Suttora

È l’esatto contrario di Silvio Berlusconi. Entrambi milanesi: Mario Monti è nato a Varese solo perché nel 1943 i suoi erano sfollati in fuga dai bombardamenti. Ma il nuovo premier e il suo predecessore sono agli antipodi. Il primo è timido e riservato, il secondo solare ed espansivo. «L’ultima volta che l’ho visto a Bruxelles a una riunione di bocconiani», racconta un ex studente del professor Monti, poi anche rettore e presidente (dal ’94, dopo Giovanni Spadolini) dell’università Bocconi, «dopo un po’ se n’è andato. “Scusatemi, devo correre a casa”, ci ha detto, “viene un fabbro a ripararmi la serratura”».

Non un simpaticone, insomma, anche se di humour è dotato. Berlusconi quella volta avrebbe fatto le ore piccole, soprattutto in presenza di studentesse. Il massimo della mondanità di Monti, invece, è accompagnare sua moglie Elsa alle serate di beneficenza per la Croce Rossa, di cui lei è attiva sostenitrice. Per il resto, solo privatissimi inviti a cena dagli amici economisti di lunga data, o da fidati conoscenti della ristretta haute milanese. Uno dei rari salotti frequentati: quello dell’editrice oggi 76enne Rosellina Archinto. Altro che Briatore e Billionaire.

L’understatement come religione. Sobrietà obbligatoria. Donne: sposato a 24 anni. Fine, nessuna distrazione. Dalla grigia Milano Monti si è spostato quattro volte: nel ‘66 per il master a Yale, nella noiosa New Haven invece che nella vicina sfolgorante New York; tre anni dopo la prima docenza a Trento dove studiavano il fondatore delle Brigate rosse Renato Curcio e i sessantottini, immaginate l’allegria; e poi nelle ancor più grigie Torino (cattedra di Economia politica, 1970-’85) e Bruxelles (commissario Ue 1994-2004). «Troppo milanese per Roma, troppo inglese per l’Italia», ha scritto Enrico Cisnetto.

Berlusconi esibisce orgoglioso a chiunque, da Clinton a Lavitola, da Putin alle Olgettine, le sue ville con cactus in Sardegna? Nessun estraneo è mai stato nell’appartamento di Monti, palazzo borghese in una delle vie più eleganti di zona Fiera. Il prof va in vacanza vicino a Saint Moritz. Lì incontrava Gianni Agnelli, estimatore delle sue battute taglienti e asciutte, altro che le barzellette cochon di Silvo. Ma l’occhiuto ufficio stampa Bocconi ridimensiona: «Valle Engadina».

Silvio è caduto per colpa dell’Europa che l’ha sempre osteggiato come corpo estraneo? Monti non corre questo rischio. Perché lui «è» l’Europa. Sette anni fa Berlusconi gli preferì Rocco Buttiglione a Bruxelles: il filosofo di Cl fu subito bocciato dall’Europarlamento. Invece il prof si prese subito la sua silenziosa rivincita fondando Bruegel, che in pochi anni è diventato il think tank più prestigioso del continente: «Il rapporto Monti del 2010 è considerato il vangelo della futura Unione europea», ci dice Gianfranco Dell’Alba, direttore Confindustria a Bruxelles, già eurodeputato.

Oscuri «poteri forti» internazionali speculano sullo spread italiano? Beh, se veramente esistono (ma non sono segreti, hanno perfino un sito web), Monti è socio di tutti gli spauracchi dei complottisti, dal club Aspen a Bilderberg; è advisor della banca Goldman Sachs; della Trilaterale è addirittura il presidente europeo.

Anche in Italia l’establishment economico ha sempre considerato Berlusconi un parvenu? Monti ne fa parte da sempre. Il padre, anch’egli bocconiano, era dirigente di grandi banche. Lui, liceo classico al Leone XIII dei gesuiti (con Massimo Moratti, l’ex sindaco Gabriele Albertini), esordì come assistente di Innocenzo Gasperini, poi rettore Bocconi. A soli 27 anni consulente Comit, di cui poi è vicepresidente (si dimette polemicamente nel ’90 contro la lottizzazione Dc e Psi). Colleziona i massimi consigli d’amministrazione: Generali, Ibm, Fiat (qui entra addirittura nel comitato esecutivo fino al ’93 con i fratelli Agnelli, Romiti e Grande Stevens).

«Ho conosciuto Monti quand’è venuto nel ’69 a Trento, dov’ero rettore», dice a Oggi Francesco Alberoni. «Serio, preciso. Poi ci ci vedevamo ai seminari Ambrosetti di Villa d’Este, a Cernobbio. Ogni anno Prodi moderava i lavori con stile ridanciano. In seguito gli subentrò Monti, anche lui brillante ma con più aplomb».

Nei primi anni 70 Berlusconi ancora trafficava con Milano 2 mentre l’enfant prodige Monti, già editorialista del Corriere della Sera, bacchettava Guido Carli, governatore della Banca d’Italia. Continuò con Carlo Azeglio Ciampi, lo chiamavano «governatore ombra». Negli anni 80 avvertiva: il debito pubblico (quello che ora ci strangola) aumenta troppo. Si beccò del «celebre somaro» dal ministro Bruno Visentini. «Demenziale», bollò invece il ministro del Tesoro Usa nel 2001 il divieto di Monti alla fusione da 42 miliardi Honeywell-General Electric, che violava l’antitrust europeo.

Berlusconi le maximulte le prende: 560 milioni per la Mondadori. Monti le dà: 497 milioni alla Microsoft perché non rispettava la concorrenza. Il professore liberista colpisce i capitalisti peggio di un comunista, se diventano monopolisti. Anche a Berlusconi piace la libertà, ma con un Monti all’antitrust difficilmente avrebbe potuto diventare monopolista della tv privata.

Il conflitto d’interessi, infine. Berlusconi ne è il simbolo. Monti invece ha litigato col figlio Giovanni perché studiasse economia a Pavia e non nella Bocconi che dirigeva: «Mi imbarazzi». Ha perso. Oggi Monti junior è alto dirigente Parmalat, dopo aver lavorato a Londra per Citigroup e Morgan Stanley. Per fortuna l’altra figlia Federica, 41 anni, non lo ha fatto soffrire: scienze politiche in Cattolica.
Mauro Suttora

Wednesday, November 09, 2011

Gli eletti di Beppe Grillo

ORMAI SONO 130 IN 60 COMUNI. ARRIVANO AL 14%. BERLUSCONI LI RINGRAZIA PER LA SUA VITTORIA IN MOLISE. MA LORO AVVERTONO: PRENDIAMO VOTI ANCHE A LUI

Oggi, 2 novembre 2011

di Mauro Suttora

Lo hanno fisicamente «espulso» dal palazzo del potere: il consigliere regionale Davide Bono, medico solo apparentemente mite eletto un anno e mezzo fa per Beppe Grillo in Piemonte, ci riceve nel suo ufficio separato da tutti gli altri. Nell’edificio dei gruppi consiliari in centro a Torino non c’è posto per lui, la Regione gli ha affittato una mansarda poco più in là in via Alfieri.

Bono è famoso perché grazie al suo 4 per cento il centrodestra del leghista Roberto Cota ha sconfitto il centrosinistra. Lo stesso è capitato ora in Molise: il piccolo margine con il quale il Pdl ha vinto è stato reso possibile dal 5 per cento dei «grillini».

«Ma Berlusconi fa male a ringraziarci», sorride Bono, «perché i nostri consensi non vengono solo da sinistra. Qui in Piemonte, per esempio, ci hanno votato molti ex leghisti delusi». «E poi, chi lo dice che il Movimento 5 stelle sottrae automaticamente voti a sinistra?», aggiunge Giovanni Favia, consigliere regionale in Emilia. «I nostri elettori sono così schifati dalla casta dei politici che probabilmente, senza di noi, si asterrebbero». Sintetizza Grillo: «Pd e Pdl sono uguali». E definisce il Pd «Pdmenoelle».

Ormai hanno 130 eletti in 60 comuni

Ma, in concreto, come si comportano gli eletti 5 stelle (non amano il termine «grillini»)? Ormai sono 130 in 60 comuni, da Bolzano a Roma, e in capoluoghi come Milano, Torino, Venezia, Trieste, Bologna. Male solo al sud: appena l’1,3% alle recenti comunali di Napoli. Alcuni sono in carica già da tre anni, come David Borrelli a Treviso e i consiglieri municipali eletti a Roma nel 2008.

Le loro priorità ufficiali sono cinque, come le stelle del nome: acqua, ambiente, trasporti, connettività (internet), sviluppo. Ma è il «modo» di fare politica a cui stanno soprattutto attenti.

«Il nostro stipendio lo decide ogni sei mesi un’assemblea pubblica degli elettori, alla quale ci presentiamo dimissionari», dice Favia, che fino al 2009 era direttore della fotografia in film e documentari. Risultato: gli hanno appena aumentato il salario da 2.500 a 2.700 al mese. Stessi soldi per Bono in Piemonte. La differenza con gli 8-12mila mensili che prendono i consiglieri degli altri partiti finisce in attività politiche («Ma finanziamo altre associazioni, non noi stessi») e spese legali per le molte cause in corso.

Ci sono state lunghe discussioni nei forum online sul giusto livello di retribuzione. Alcuni proponevano 1.280 euro al mese, «lo stipendio medio italiano». Altri, più misericordiosi, concecevano che l’eletto conservasse lo stesso stipendio del lavoro precedente: «Perché per fare politica bisogna perderci?» Risposta: «Nessuno è obbligato a farla».

Eliminato il vitalizio in Emilia

I 5 stelle hanno un limite di due mandati: dieci anni al massimo di politica a tempo pieno, poi devono tornare al lavoro precedente: «Ci consideriamo dipendenti dei nostri elettori, l’attività nelle istituzioni è come il servizio di leva».

I due consiglieri emiliani sono riusciti a far abolire il vitalizio (pensione) dalla prossima legislatura, e picchiano duro sugli altri privilegi. Per esempio il rimborso di 0,8 euro a km per gli eletti di altre province: «Così uno da Piacenza incassava migliaia di euro senza controllo, e poi magari pagava solo l’abbonamento in treno». Risultato: il consiglio regionale ha abbassato le sue spese da 37 a 36 milioni di euro annui.
«Ma è nelle società partecipate e nella sanità che girano le grosse cifre», dice Andrea Defranceschi, 40 anni, collega di Favia.

I grillini non si sono presentati al voto nelle province perché ne chiedono l’abolizione («Mentre altri partiti come Sel e Idv, incoerenti, entrano pure lì»), e rifiutano il finanziamento pubblico («Un milione di rimborsi elettorali tornati allo stato»).

In Piemonte fanno opposizione dura al governo di destra, in Emilia a quello di sinistra. In Comune a Torino brilla la 26enne bocconiana (voto di laurea 110) Chiara Appendino. A Milano, nonostante la novità del sindaco Giuliano Pisapia, il consigliere comunale Mattia Calise non gli fa sconti: «Troppi portaborse assunti dalla nuova giunta», accusa il resoconto dei primi quattro mesi di lavoro.

E adesso? Pronti al grande balzo a Roma. In Parlamento sarà più difficile rispettare la «democrazia di base» delle liste civiche locali perseguita finora. Chi deciderà i candidati? «Le primarie on line», dice Bono. E chi potrà votare? «Gli aderenti al movimento». Costo della tessera? «Niente tessere, non siamo un partito». E se si iscrivono improvvisamente mille di un altro partito il giorno prima delle primarie? «Metteremo delle limitazioni...»
Mauro Suttora

Wednesday, November 02, 2011

Graziana Capone Jolie

MISTERI: DOVE PRESTA LA SUA OPERA LA SILVIO'S GIRL?

Graziana vieni qui, sei proprio Jolie

La sosia pugliese dell’attrice americana dice di lavorare a palazzo Chigi. Ma lì non si vede mai. «Sta a palazzo Grazioli». che lei conosce bene...

Oggi, 26 ottobre 2011

«Graziana sta a Grazioli». È questo il sussurro che corre nelle stanze di palazzo Chigi, il segreto non tanto nascosto su Graziana Capone, 26 anni, figlia di un costruttore di Gravina di Puglia (Bari), assurta a incerta notorietà due estati fa, quando finì nella lista delle invitate alle cene «eleganti» di Silvio Berlusconi.

Allora la «Angelina Jolie» delle Puglie assoldò un addetto stampa e si fece fotografare e intervistare da Oggi. «Sì, con il premier abbiamo fatto le quattro del mattino ad Arcore nel settembre 2008», ci confessò. «Ma poi sono tornata a Milano con Tarantini su un’auto con chauffeur. Alla vigilia di Natale l’ho rivisto per una cena a Roma, a palazzo Grazioli. Eravamo una decina, sei-sette ragazze fra cui Carolina Marconi del Grande Fratello e Barbara Guerra. Ma seduta alla destra del presidente c’ero io. Quindi non mettetemi assieme alle altre. Anche perché se il presidente avesse veramente un harem, io sarei la favorita», concluse, più seria che faceta.

«Ho continuato a vederlo nel 2009, sei-sette volte. All’inaugurazione di uno spazio Dolce & Gabbana a Milano. Anche dopo lo scandalo Noemi continuiamo a telefonarci. Per me lui vede un futuro in politica o nel giornalismo».

Può darsi che, «fidanzate» montenegrine a parte, Graziana abbia centrato l’obiettivo. Due mesi fa è stata fotografata alla festa Atreju dei giovani Pdl. E si vantava: «Lavoro all’ufficio stampa di Berlusconi a Roma, sono nello staff della comunicazione di palazzo Chigi». Peccato che nel palazzo sede del governo non si veda quasi mai. Né che appaia fra i dipendenti, collaboratori o consulenti a contratto della presidenza del Consiglio.

Rassegna stampa ogni mattina

Pare invece che Graziana presti la sua opera direttamente a palazzo Grazioli, residenza privata del premier. Per le incombenze del cosiddetto «mattinale», cioé la rassegna stampa mattutina preparata ogni giorno per Berlusconi.
C’è infatti un viavai continuo di personale della presidenza fra i palazzi Chigi e Grazioli, visto che il premier preferisce di gran lunga quest’ultimo alla sede ufficiale del governo. «E lì effettivamente la vediamo», dicono i collaboratori.

Oltre che politica o giornalista, Graziana due anni fa meditava di diventare «magistrato o attrice. Ma non gli ho mai parlato della mia carriera nello spettacolo. Non volevo sembrare una delle tante che vogliono raccomandazioni. In ogni caso, ha detto che prima devo laurearmi».

Fatto. Berlusconi però apprezza molto anche un’ulteriore qualità di Graziana: canta bene. «Ad Arcore », ci raccontò lei, «ho eseguito a cappella un paio di cose, fra cui Non ti scordar mai di me di Giusi Ferreri. Poi assieme, io e lui con un pianista, abbiamo cantato Stay with me, un suo pezzo tradotto in inglese. Io gli facevo i controcanti, la melodia sulla terza».
«Stay with me», stai con me. E «non ti scordar mai di me». Promesse mantenute.

Mauro Suttora

Come finirà la Libia?

DOPO L'ATROCE FINE DI GHEDDAFI IL PRINCIPE IDRIS SENUSSI E' OTTIMISTA. MA C'E' CHI VUOLE APPLICARE LA SHARIA

di Mauro Suttora

Tripoli, 23 ottobre 2011

«La morte di Gheddafi non è stata un bello spettacolo. Nessuna morte lo è. Ma non cancella la gioia dei libici per la libertà ritrovata dopo 42 anni di oppressione e otto mesi di guerra eroica».

Il principe Idris al Senussi, nipote ed erede del re deposto da Muammar Gheddafi nel 1969, stava tenendo un discorso in Confindustria a Roma quando è arrivata la notizia della cattura del tiranno: «Non riuscivo a crederci. Ho cominciato a telefonare ai miei parenti a Bengasi, non potete capire la felicità di tutti per la fine della guerra. Poi, certo, sono arrivati i crudi video sulla fine del rais. Ma anche gli italiani festeggiano la fine della dittatura il 25 aprile ‘45 nonostante l’atrocità delle immagini di piazzale Loreto. A Gheddafi abbiamo sempre offerto la via dell’esilio. È stato lui a rifiutarla, a continuare a massacrare il proprio popolo, e a cacciarsi nella trappola di Sirte».

Nessun dittatore aveva mai subìto una fine così ignominiosa. Benito Mussolini venne fucilato, e solo in seguito il suo cadavere fu calpestato dalla folla. L’unico altro tiranno moderno ucciso durante una rivoluzione, il rumeno Nicolae Ceausescu nell’89, fu anch’egli freddato con la moglie. L’irakeno Saddam Hussein è stato impiccato dopo regolare processo. Gheddafi, invece, è stato linciato dai ribelli che lo hanno tirato fuori da un canale di scolo. «Si era nascosto lì come un topo», dicono i libici, ricordando il tremendo discorso di febbraio in cui il colonnello li aveva definiti «ratti, che schiaccerò casa per casa».

Anche Saddam fu scovato dentro a un buco. Ma dagli americani, per sua fortuna. I ragazzotti eccitati che hanno massacrato Gheddafi, invece, nulla sanno delle convenzioni internazionali che vietano di uccidere i prigionieri. Ha 19 anni il miliziano che si fa fotografare orgoglioso brandendo il pistolone d’oro del dittatore. Il quale viene finito alla tempia sinistra dopo mezz’ora di torture, urla, spintoni e sberleffi.

«Cosa fate? Lasciatemi andare, vi posso dare tanto oro, molti soldi», implora il 69enne Gheddafi trascinato sanguinante sul cofano di una camionetta. Gli occhi smarriti di un vitello avviato al macello, non capisce dove siano finite le sue guardie del corpo. Improvvisamente, dopo quattro decenni di dominio assoluto, si trova in mezzo a nemici assetati di sangue. Il suo.

Tutto è successo in pochi secondi. Dopo due mesi d’assedio, Sirte è allo stremo. «Mangiavamo solo pasta e riso, ci nascondevamo elle case abbandonate, avevamo paura della Nato», ha raccontato il capo della scorta di Gheddafi. Che lì, nella sua regione natale, è scappato da agosto, quando Tripoli è caduta. Tutte le favole sul dittatore che scorrazzava qua e là per il deserto erano solo frutto della fantasia impaurita di alcuni suoi sudditi. In realtà i servizi segreti occidentali lo localizzano a Sirte grazie al telefono satellitare Turaya che il colonnello usa per chiamare la tv Rai (!) a Damasco e trasmettere i suoi proclami.

L’ultimo bastione, Bani Walid, è caduto tre giorni prima. Poche centinaia di fedelissimi rimangono asserragliati nel Village 2, sul mare. Mutassim Gheddafi, estremo pretoriano del padre, decide: «Scappiamo verso il deserto». Così, all’alba di giovedì 20 ottobre un convoglio di auto e mezzi militari con mitragliatrici pesanti, antiaeree e lanciarazzi parte sulla strada costiera verso ovest. Nonostante l’assedio, nessun posto di blocco lo intercetta. Ma appena fuori dalla città lo individua un aereo Usa Predator senza pilota, lanciato da Sigonella (Catania) e telecomandato da una base a Las Vegas. Il drone dà le coordinate a due caccia francesi Rafale che si abbassano a mitragliare il convoglio.

Le auto vanno in direzioni differenti. Mutassim viene catturato, filmato mentre fuma tranquillo l’ultima sigaretta in una cella, e poi sgozzato. Suo padre trova riparo sotto il terrapieno della strada, in una di quelle condutture dove l’acqua degli «uadi» defluisce dopo le piogge torrenziali. Presto sopraggiunge una pattuglia di ribelli di Misurata, quelli incattiviti dal lungo assedio subìto in primavera. C’è una violentissima sparatoria. Alla fine Gheddafi viene catturato.

«Cosa vi ho fatto?», biascica il colonnello ormai intontito. «Allahu akbar!», Dio è grande, urlano i ribelli assatanati. Diversi filmano col telefonino, ci sono cinque video in circolazione (per ora). In uno si intravvede un bastone appuntito che viene conficcato nel posteriore di Gheddafi. «Portiamolo a Misurata!», grida qualcuno. E un altro: «Non uccidetelo». Inutile. Arrivano i colpi a bruciapelo, in fronte e allo stomaco.

E adesso, che succederà? La Libia diventerà una tranquilla democrazia come il Sud Africa, o un inferno come la Somalia?
«Io sono ottimista», ci dice il principe Idris, «resteremo uniti e torneremo ai principi democratici della Costituzione del 1951».

Intanto però Mustafa Jalil, ex ministro di Gheddafi e capo del governo provvisorio (il quale esibisce sulla fronte una «zebiba», il callo dei musulmani ferventi che sbattono la testa per terra pregando) dice che verrà applicata la «sharia», la legge islamica.

«In Libia siamo tutti religiosi», tranquillizza il principe, «ma moderati. Non c’è tradizione di fanatismo. Rispetteremo le minoranze e tutte le differenze di genere e di razza. Avremo libertà, tolleranza e democrazia».
«Elezioni per la Costituente entro giugno 2012», promette il premier Mahmud Jibril, «e presidenziali entro giugno 2013».

Intanto, però, non c’è esercito né polizia. Per la Libia scorrazzano varie bande armate: quelli di Misurata e Zlitan, che si considerano città martiri, i berberi orgogliosi di avere liberato Tripoli, i cirenaici che hanno liberato Bengasi, i tripolini che hanno come comandante militare Hakim Belhaj, arrestato in Afghanistan nel 2001… Poco incoraggiante.
I reduci consegneranno le armi e riusciranno a perdonare i 7 mila gheddafiani incarcerati? I giovani esaltati da otto mesi di guerra accetteranno di tornare a una vita normale, noiosa e magari frustrante, o prevarrà la mistica del martire?

Per ora, Tripoli e Bengasi sembrano città tranquille: niente criminalità, e tanto entusiasmo per la ricostruzione. Presto torneranno gli immigrati filippini, egiziani e cingalesi, che lavoravano al posto di molti libici viziati dal petrolio (scuola e sanità gratis, sotto Gheddafi). La speranza di tutti è che i capi della nuova Libia ora non litighino troppo. E, se lo faranno, che almeno dimentichino i mitra.
Mauro Suttora

Friday, October 28, 2011

Settimana Incom e casa Petacci

Università di Cagliari

DOTTORATO DI RICERCA STORIA MODERNA E CONTEMPORANEA

L’ITALIA DEL SECONDO DOPOGUERRA ATTRAVERSO I CINEGIORNALI DELLA SETTIMANA INCOM (1946-1948)

Presentata da: Giulia Mazzarelli
Relatore: Prof. Claudio Natoli
Anno Accademico 2009-2010

Il primo numero della Settimana Incom, datato 15 febbraio 1946, propone sei brevi filmati:
- “Cronache vaticane. Giornata eccezionale a S. Pietro”, in cui Pio XII riceve i bambini assistiti dall’Unrra;
- “A colloquio con l’ammiraglio Stone”, in cui il direttore della Settimana Incom pone all’ammiraglio alcune domande sull’andamento delle prime fasi del dopoguerra e
sulla ricostruzione;
- “La firma del trattato tra il governo italiano e l’UNRRA”, con l’impegno del delegato UNNRA per l’assistenza e gli aiuti agli italiani;
- “Piccola posta. Vi parla Vivi Gioia”, breve spazio dedicato alle lettere degli spettatori su temi di attualità;
- “Serie documenti. Riprese inedite sulle sorelle Petacci (prima puntata)”, che mostra alcuni componenti della famiglia Petacci nella villa della Camilluccia;
- “Avvisi utili. Attenti alla vostra bicicletta!” con le immagini della simulazione di un furto di biciclette.

E’ significativo che la prima uscita del nuovo cinegiornale, accanto alle notizie dal Vaticano e a quelle sui rapporti italo-americani, presenti una breve pagina sulla famiglia dell’amante del Duce.

Il filmato mostra in apertura la nuova destinazione della Camilluccia divenuta, dopo la guerra, ricovero per bambini abbandonati assistiti dall’Opera maternità e infanzia, ma che era stata, in precedenza, l’abitazione della famiglia Petacci. Alle immagini sui piccoli orfani succedono le riprese realizzate nel 1942 in occasione dei preparativi per le nozze di Miriam, sorella di Claretta.

“E’ un mattino del 1942” – informa il commentatore Incom – “Dal giardino si avanza Miriam, sorella di Claretta, che LUI volle lanciare nel cinema con il nome di Miria di San Servolo. Mimì questa mattina è allegra, perché è in pieno idillio con l’allora suo fidanzato. Com’è bella la vita! LUI ha già promesso il regalo di nozze. Ed ecco seduta Claretta. Mai nessuno la cinematografò prima d’ora. LUI non permetteva. E laggiù Roma è ai piedi della famiglia Petacci. Tutto merito del papà, il dott. Francesco Saverio, che sta godendo il giusto riposo alle sue fatiche. Ma c’è una novità questa mattina: LUI ha inviato uno dei tanti regalucci, il divano a dondolo. Bisogna provarlo! Così trascorrevano serene e incoscienti le ore alla Camilluccia!”

Alcuni elementi di questo filmato sono degni di nota. In primo luogo il fatto che il nuovo cinegiornale mostri proprio nel primo numero ciò che i cinegiornali Luce non mostravano: i personaggi che componevano la vita privata del Duce. In secondo luogo il fatto che il commentatore Incom non pronunci mai il nome di Mussolini ma utilizzi, con tono allusivo, il pronome personale “lui”. In terzo luogo è da rilevare l’ironia che accompagna il commento verbale, sia nel descrivere la spensieratezza della vita in casa Petacci in pieno conflitto mondiale, sia nell’attribuire al dott. Francesco Saverio, padre di Miriam e Clara, il merito della prosperità della famiglia.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la scelta di inserire tra i vari servizi informativi un filmato sulle sorelle Petacci non è casuale: alla prima uscita del nuovo cinegiornale la Incom mostra di voler marcare la distanza con l’informazione del Ventennio, svelando finalmente il non detto e il non visto del fascismo.

Una dichiarazione d’intenti che resterà senza seguito, poiché una volta esauriti i tre filmati sulle nozze di Miriam, la Incom tenderà ad evitare qualunque approfondimento sui protagonisti del regime. La stessa reticenza nel nominare il Duce, se da una parte si spiega con la volontà di spogliare persino del nome colui che costruì - anche cinematograficamente - il mito di se stesso e impose al popolo i propri appellativi, dall’altra rivela una certa difficoltà e un certo imbarazzo nel riportare alla memoria collettiva eventi dolorosi e ancora troppo recenti della storia nazionale.

“Mussolini” è diventato, per più di una ragione, un nome impronunciabile e l’unico modo accettabile per parlare di lui è attraverso allusioni, giri di parole e con una buona dose di sarcasmo. L’ironia del commentatore sui Petacci rivela, infatti, quanto fosse condivisa nell’immediato dopoguerra l’ostilità verso una famiglia così compromessa con la dittatura e così beneficata nella rovina generale.

Il linguaggio allusivo e ironico caratterizza anche le successive puntate sulle sorelle Petacci: nel numero 2 della Settimana Incom, tra le scene dei preparativi alle nozze, le immagini mostrano la scatola da gioco di Claretta e il taccuino dei punti con le iniziali dei due giocatori: “Accanto alla nota M. c’è la E. di Etta, diminutivo di Claretta”.

Dopo una metaforica allusione all’anticomunismo mussoliniano (“tra i pezzi degli scacchi il re rosso in un momento d’ira è stato decapitato”) la voce fuori campo fa un cenno alle relazioni clientelari che, grazie alla prossimità con Mussolini, interessavano la famiglia di Claretta: “Ecco, qualche giorno prima delle nozze, Mimì nella sua camera da letto, tra i doni piovuti da ogni parte d’Italia. Amici e protetti hanno gareggiato nel tentativo di superarsi.”

Il filmato si chiude con le riprese del lungo e splendido abito da sposa. Nell’indugiare su queste immagini il cinegiornale rivela, seppur abbozzato, quel gusto per le vite da favola e per il lusso ostentato che caratterizzeranno di lì a poco i servizi sui personaggi famosi del mondo del cinema, della politica e delle case regnanti. La Incom rivela dunque già dai primi numeri - e persino in relazione ad argomenti che riportano alla memoria recenti eventi drammatici - una malcelata tendenza ad accattivarsi l’interesse del pubblico e alla banalizzazione.

A questo proposito è significativo che si parli del fascismo per mezzo dei lustrini delle sorelle Petacci: attraverso la «spettacolarizzazione del privato» si stuzzicava la curiosità degli italiani su aspetti rimasti sempre in ombra, si mostrava il lato quotidiano e quindi umano dei protagonisti del regime, col risultato di produrre, più o meno intenzionalmente, una sospensione del giudizio sul ruolo politico e storico di quelle figure.

La terza e ultima puntata sul matrimonio di Miriam fu inserita nel numero 6 della Settimana Incom del 20 marzo, a quasi un mese di distanza dalla precedente. La ragione di questa attesa è esplicitata dallo stesso commentatore: “Oh, chi cerca il pelo nell’uovo in queste nozze dirà che manca lo sposo: beh, abbiamo dovuto farlo scomparire per  evitare un nuovo sequestro che avrebbe ritardato di qualche altra settimana quest’ultima puntata”.

Queste parole lasciano intendere che il marito di Miriam, in seguito alla proiezione della seconda puntata, in cui appare per qualche istante accanto alla fidanzata e al futuro suocero, abbia provveduto a mezzo legale a far tagliare dalle scene del matrimonio le immagini nelle quali fosse visibile e riconoscibile.

E’, questo, un altro segnale del clima teso che caratterizzava la ripresa della vita democratica e l’inevitabile resa dei conti con i protagonisti del fascismo. Emblematico, a questo proposito, il monito con il quale la voce fuori campo accompagna la conclusione del matrimonio e che chiude “il romanzo petacciano” a puntate: “Le automobili s’avviano. Autisti, attenzione! Troverete una curva pericolosa: si chiama 25 luglio!”

Luigi Freddi, a proposito dell’attività artistica di Miriam, dichiarò:
«Miria di San Servolo, la nuova diva, non era che il prodotto di un ambiente piccolo-borghese, piena di vezzi incorreggibili, di una vivacità artificiosa e di una insipida gaiezza, priva di quella congenita classe che può fare anche d’una ciociara una grande interprete».

Nel corso di una conversazione tra Freddi e Claretta, a proposito delle critiche mosse all’interpretazione della sorella in L’amico delle donne, l’amante del Duce disse: «Eppure quella bambina è la nostra sola gioia. […] S’è innamorata di questo mestiere. Come facciamo ora a distoglierla? È la sola che riesca a far sorridere anche lui. Ma perché il mondo deve essere così cattivo? Non c’è un figlio di Roosevelt che si occupa di cinematografo? Sarah Churchill non lavora in una rivista di Cochrane? […] E chi c’è in Francia dietro Marie Bell, o in Germania dietro Lida Baarova? E il mondo, per questo, non siscandalizza…!»
Luigi Freddi in, F. Faldini e G. Fofi, op. cit., p. 18.

Wednesday, October 26, 2011

parla Giovanni Castellaneta

L'EX AMBASCIATORE IN USA, IRAN E AUSTRALIA FA IL PUNTO SULLA PRIMAVERA ARABA E SUGLI ALTRI PROBLEMI INTERNAZIONALI PIU' RILEVANTI

di Mauro Suttora

Oggi, 19 ottobre 2011

Domenica 23 ottobre la Tunisia vota. Il Paese che ha iniziato la «primavera araba» sceglie i suoi nuovi capi. Chiediamo a Giovanni Castellaneta, già ambasciatore in Iran, Australia, Stati Uniti e oggi presidente della Sace (Servizi assicurativi commercio estero), di commentare questo avvenimento e gli altri fatti internazionali più rilevanti.
«La Tunisia è il Paese arabo a noi più vicino, geograficamente quasi un prolungamento dell'Italia. Sono ottimista, speriamo che dall'ottantina di partiti che si presentano alle elezioni nasca un governo moderato per consolidare il benessere di una società già fra le più avanzate della regione».

E l’Egitto?
«È un caso totalmente diverso. Per questo è difficile parlare di “primavera araba”: ogni Paese fa storia a sé. L’Egitto ha ben 77 milioni di abitanti, una minoranza cristiana copta del 10 per cento, diversi movimenti islamici più o meno moderati e un potentissimo esercito che ha espresso tutti i presidenti degli ultimi 60 anni: Nasser, Sadat, Mubarak. Il suo modello può essere la Turchia, dove l’Islam moderato garantisce un boom economico e rispetta le minoranze».

A proposito di Turchia: facciamo bene a tenerla fuori dall’Europa?
«No, è un grave errore. L’Italia è favorevole al suo ingresso, Germania e Francia resistono. Ma è un segnale negativo verso tutto il mondo islamico. Ormai Istanbul è come San Paolo o Shangai, a forza di snobbarla sarà lei a non volere più entrare. Certo, dipende da che tipo d’Europa vogliamo, ma se ci preoccupano gli immigrati o la concorrenza dell’industria tessile turca, sappiamo anche che non ci proteggeremo erigendo barriere doganali».

La Libia.
«Dobbiamo evitare che si disgreghi in conflitti tribali. Abbiamo una lunga tradizione di amicizia con Tripoli, chiunque sia al governo. Perciò smettiamola di temere una competizione francese o inglese: nessuno può togliere all’Italia il posto che le spetta».

In Siria invece Assad resiste.
«E siamo tutti preoccupati: sta crollando un regime che bene o male aveva assicurato stabilità, senza che si profili un’alternativa credibile. La Siria è la polveriera del mondo».

Insomma, altro che «primavera araba».
«Affinché quella primavera diventi estate e non inverno, l’Italia ha una grande opportunità. Abbiamo ritrovato una centralità, non tanto come “portaerei”, quanto come ponte e mano protesa verso il Mediterraneo Dobbiamo sfruttarla, perché siamo benvoluti, apprezzati e amati da tutti».

E quindi?
«Non dimentichiamo che dietro il Nordafrica c’è la spinta positiva di un intero continente. L’Africa non è più solo percettrice di aiuti. Diversi suoi Paesi – Ghana, Ruanda, Angola - hanno tassi di sviluppo tali che possiamo cominciare a immaginarli come i nuovi Brics (Brasile, India, Cina, Sudafrica), cioè come mercati emergenti».

La Cina, appunto. Da 30 anni si spera che lo sviluppo economico porti democrazia, invece resta una dittatura.
«Un modello accettato dall’Occidente: libertà economica, ma non politica e sindacale. Con una ricerca del merito individuale, però, che noi italiani rischiamo di dover invidiare… Non sono più una società statalizzata».

Ma la mancanza di sindacati e di leggi di tutela ecologica non permettono alla Cina di praticare una concorrenza sleale contro di noi?
«Il loro vantaggio dei prezzi bassi si va erodendo. La Cina ha problemi demografici, di surriscaldamento dell'economia, di inflazione e valuta che potrebbero diventare costosi e dolorosi per loro».

Ormai facciamo fare tutto lì.
«La Cina ha già raggiunto il livello del Giappone degli anni Ottanta. Ci copia, ma poi si trasforma in concorrente. Anche in settori di punta come l’aeronautica o le telecomunicazioni è diventata un partner competitivo, ormai ci confrontiamo quasi alla pari. Non si tratta più di produrre bambolette a cinque euro invece che a venti. E se loro fanno prodotti buoni, noi dobbiamo farli ottimi. Il problema è che il nostro è un tessuto di imprese medie e piccole, che da sole non riescono ad affrontare mercati così vasti».

Quando riusciremo ad andarcene dall’Afghanistan?
«Il calendario del ritiro è già fissato, anche gli Stati Uniti lo hanno annunciato. Al massimo è questione di un mese in più o in meno. Ma spero che rimarremo con una presenza economica».

Che senso ha mantenere costose spedizioni militari in Kosovo da dodici anni, o in Libano dove non si sa bene a che servano?
«Le missioni si possono ridurre e calibrare meglio, ma calcoliamo anche che ciò che spendiamo non rimane tutto all’estero: c’è un ritorno, non solo sotto forma di stipendi dei nostri soldati. E poi l’Italia è una media potenza: senza bilanci militari più alti di altri Paesi, in trent’anni, dalla prima missione di pace in Libano, abbiamo costruito un patrimonio di grandissime eccellenze, con professionisti del mantenimento della pace che ci vengono invidiati in tutto il mondo».

Nell’Unione europea ormai comandano Francia e Germania?
«Il concetto di “direttorio” è inaccettabile. Ma spesso loro fanno vertici a due perché in realtà hanno più problemi di noi. Le loro banche, per esempio, sono le più esposte con la Grecia».

Non si potrebbe far fallire la Grecia, e buonanotte? Così svaluta e si riprende, come l’Italia nel ’92 o l’Argentina dieci anni fa.
«Recuperare competitività svalutando non è più automatico come una volta. E poi escludere Atene dall’Euro sarebbe, in termini di ricchezza, come se l’America perdesse il Connecticut. No, meglio restare uniti e solidali, trovando soluzioni economiche e soprattutto politiche tutti insieme».

Con gli Stati Uniti abbiamo rapporti sempre ottimi.
«Certo. Ma dobbiamo renderci conto che d’ora in poi molte cose dovremmo farle da soli. Lo abbiamo visto in Libia. L’America è più concentrata su se stessa, e sul Pacifico».

La Russia, infine: Putin in eterno?
«Diamole tempo, 60 anni di soviet non si superano in un attimo. Comunque c’è stabilità, e le nostre società lavorano bene con Mosca. Abbiamo relazioni commerciali eccellenti».

Mauro Suttora

Chi sono i black bloc

ORGANIZZAZIONE PARAMILITARE

I GIOVANI TEPPISTI AGISCONO IN GRUPPI DA 15, E SONO RAPIDISSIMI: CHI PROCURA LE ARMI, CHI TIRA PIETRE, CHI LANCIA LE BOMBE CARTA. A ROMA ERANO 800, DIVISI IN DUE «FALANGI». VANNO IN GRECIA A SCUOLA DI GUERRA E IN VAL SUSA PER ALLENARSI

di Mauro Suttora

Oggi, 26 ottobre 2011

Sono 800, e si considerano soldati in «guerra»: «Non l' abbiamo dichiarata noi. È il capitalismo che ammazza gli operai sfruttati dalla globalizzazione, da Barletta al Terzo mondo». Molti sono giovanissimi: sette dei 21 arrestati e fermati dopo i disordini non hanno 18 anni. Ne avevano solo sette ai tempi del G8 di Genova. Ma questa volta non ci sono la morte del «martire» Carlo Giuliani e le violenze dei poliziotti alla scuola Diaz o alla caserma di Bolzaneto a distrarre l'attenzione dai loro misfatti.

Molte donne. Come Federica, 31 anni, che sulla 600 trasportava col compagno e due amiche un piccolo arsenale nascosto in cinque zaini: dieci maschere antigas, 500 biglie e una fionda professionale per tirarle, quattro «mefisti» (enormi petardi), quattro parastinchi, un piede di porco e quattro bottiglie con liquido. Bloccata dai Carabinieri a Pomezia.

Molti laureati o studenti universitari. Come Valerio, 21 anni, di Lecce, terzo anno di Legge a Bologna, preso col casco in testa. Già denunciato due volte, per lancio di fumogeni a un corteo e tifo violento. Frequenta il centro sociale leccese Caos (Collettivo autonomo organizzato studentesco). Ed è negli ambienti dei centri sociali più duri che lunedì all' alba si è scatenata la caccia ai black bloc in molte città d' Italia. Perquisite dozzine di case di reduci da Roma. Quelli del centro Askatasuna (Torino), Bottiglieria (Milano, sgomberato un anno fa), Gramigna (Padova), Vittorio Arrigoni (Palermo), Fuori luogo, Cua e Crash (Bologna), Guernica (Modena). Risultati scarsi: nessun arrestato, solo qualche denuncia per armi improprie. Ma sarà dura ottenere condanne, visto che avere passamontagna, abiti scuri, ginocchiere (la divisa dei guerriglieri) o anche martelli non è reato.

Più promettente la «pista video»: in questi giorni c'è uno scambio frenetico di filmati girati a Roma fra le questure di tutta Italia. Nonostante le mascherature, qualche viso è riconoscibile. Ma ci vorrà tempo. E indagini accuratissime. Perché una cosa è certa: i black bloc sono furbi e organizzatissimi. Altro che «rivolta spontanea». I loro attacchi a Roma hanno obbedito a una regia definita nei minimi dettagli. Negli ultimi mesi sono andati a lezione di guerriglia urbana in Grecia. In piccoli gruppi e attenti a non lasciar tracce, hanno preso anonimi «passaggi ponte» e non biglietti nominativi sui traghetti da Brindisi. Hanno fatto le prove generali in Val Susa, agli attacchi contro la Tav.

A Roma si sono divisi in due falangi. I primi 500 si sono armati a inizio corteo e hanno cominciato a devastare via Cavour. Gli altri 300 li proteggevano alle spalle per non farli isolare dal corteo. Non erano vestiti di nero, anche per non far scoprire alla polizia i loro veri numeri. Poi, dopo la svolta in via Labicana, anche la seconda falange si è messa al «lavoro», bruciando auto, sfasciando vetrine e attaccando i blindati dei Carabinieri. I quali avevano l'ordine preciso di non attaccare per non rischiare di nuovo il morto, come nel 2001.

Ma la vera arma segreta dei terroristi urbani è l'elasticità. Sono divisi in plotoncini da 15, e all'interno di ogni plotone ci sono tre specializzazioni. In cinque recuperano in strada sassi (sampietrini), bastoni, spranghe fioriere. Oppure li pigliano da borse e sacchetti nascosti lungo il percorso in androni e cassonetti poche ore prima. Non li portano addosso, per non rischiare la fine di Federica. Altri cinque sono i «tiratori». E gli ultimi cinque sono gli «artiglieri»: gli specialisti in petardi e bombe carta.

Tutti i gruppi sono rapidi e mobilissimi. Impossibile, per le forze dell' ordine, individuarli e bloccarli in tempo. Soprattutto con i blindati, troppo lenti. Sabato però, per la prima volta, i principali avversari dei teppisti non sono stati i poliziotti. Ma gli altri manifestanti, gli «indignati» pacifici, con cui sono venuti anche alle mani.

Mauro Suttora

Wednesday, October 19, 2011

Incontrai Steve Jobs licenziato...

UN CORDIALISSIMO INVASATO: PARLANTINA SEDUCENTE, MAGNETISMO IRRESISTIBILE, ENTUSIASMO IRREFRENABILE

Oggi, 6 ottobre 2011

di Mauro Suttora

Ho capito cos’è il carisma nel giugno 1985, quando incontrai Steve Jobs a tu per tu. Due settimane prima il fondatore della Apple era stato cacciato dalla propria società per mano dell’amministratore delegato John Sculley che lui stesso aveva assunto. Ma nessuno ancora lo sapeva. E Jobs, per niente depresso, arrivò a Lund in Svezia per lanciare l’European University Consortium, un modo per far comprare i suoi computer Macintosh a studenti e docenti.

Un po’ Gesù, un po’ Berlusconi

Nel quarto d’ora di conversazione privata che avemmo sul prato del campus (niente addetti stampa, clima informale) mi sembrò un cordialissimo invasato, a metà fra Gesù Cristo e Berlusconi: un po’ capo religioso, un po’ supremo venditore. Parlantina seducente, magnetismo irresistibile, entusiasmo irrefrenabile. Finse perfino di interessarsi al mio buon inglese, imparato durante l’anno negli Usa da liceale.

Nessuna meraviglia, quindi, che centinaia di milioni di adepti (più che clienti) del culto mondiale Apple ora lo ricordino come un guru. Qualcuno ha detto: «È il Leonardo da Vinci del nostro secolo». Sbagliando: anche l’ultimo quarto del secolo scorso è stato allietato dalle invenzioni di questo figlio di genitori sbadati (un’americana, un siriano: una specie di Obama arabo) adottato dalla famiglia Jobs.

Successo anche nel cinema

Il primo personal computer è del 1976. Il primo mouse lo abbiamo maneggiato otto anni dopo. E poi tante altre cose che hanno allietato la nostra vita quotidiana: i cartoni animati come Toy Story della sua Pixar (fondata nell’86, oggi venduta alla Walt Disney), il cassone ingombrante del computer che finalmente scompare, incorporato nel monitor dell’iMac nel ’98, i leggeri ma potenti portatili iBook, e allo scoccare del millennio quell’iTunes che ha distrutto l’industria discografica...

Noi giornalisti non dovremmo lodare troppo quello che rischia di essere il carnefice anche del giornale che state leggendo, e dei libri e delle biblioteche: tutti resi obsoleti dalla sua ultima trovata, il sottilissimo iPad. Il terzo oggetto magico sfornato negli ultimi anni, dopo l’iPod e l’iPhone.

E pensare che di tutte queste diavolerie Steve già fantasticava 26 anni fa, parlandomi di «interconnessione planetaria» dieci anni prima delle e-mail, e di quegli «schermi intercambiabili» oggi diventati realtà grazie alla convergenza fra tv, pc, notebook, tablet, smartphone, lettore mp3, cinepresa e macchina fotografica: tutto si può vedere dappertutto e subito.

E adesso, dove finirà la fortuna di otto miliardi di dollari accumulata da Steve Jobs? Una cifra solo apparentemente alta, per una società il cui valore in Borsa è esploso dai cinque miliardi del 2000 ai 350 attuali. Infatti Jobs era soltanto il 39° uomo più ricco degli Stati Uniti, e il 110° al mondo. Otto volte meno dei 60 miliardi del suo rivale e coetaneo Bill Gates di Microsoft.

La vedova è Laurene Powell, 47enne sposata da Steve 20 anni fa con rito buddhista nel parco californiano Yosemite delle sequoie giganti, dopo che rimase incinta del suo maschio primogenito Reed Paul. Reed come l’università dell’Oregon che Jobs abbandonò dopo appena sei mesi.

È incredibile come nessuno dei più ricchi imprenditori del computer si sia mai laureato: Jobs, Gates, Mark Zuckerberg di Facebook, Lawrence Ellison di Oracle, Michael Dell.

Steve conobbe la moglie quando andò a tenere un discorso all’università di Stanford (attaccata alla Apple di Cupertino e alla sua casa di Palo Alto): Laurene stava prendendo un dottorato. Poi ha lavorato in finanza, ora si dedica alla filantropia e alla New America Foundation, un think tank politico di sinistra sui diritti civili, ma di destra in economia.

Dopo Reed Paul, che oggi ha 20 anni e assomiglia straordinariamente al padre, sono arrivate Erin Sienna (ora 16enne) ed Eve, 13.

Ma Steve Jobs ha anche un’altra figlia, di 33 anni: Lisa Brennan, nata da una gravidanza non desiderata dell’allora sua fidanzata Chris-Ann. La quale dovette penare non poco per fargliela riconoscere. Nonostante stessero assieme dai tempi del liceo, occorse una causa e un test del sangue che appurò la paternità al 94 per cento. Alla fine il mascanzoncello fu obbligato a versare 5 mila dollari, più 385 al mese e l’assistenza sanitaria. Briciole, perché ormai Jobs era già diventato milionario.

Lisa come la prima figlia

Si favoleggia che Steve abbia chiamato Lisa uno dei primi computer Apple in onore di questa figlia non voluta (esattamente come lui). La versione ufficiale è che Lisa stesse per Local integrated software architecture. In ogni caso, Lisa crescendo ha avuto buoni rapporti col padre, e dovrà partecipare in qualche modo alla divisione dell’eredità.

Un’altra donna importante nella vita di Steve Jobs è Mona Simpson, oggi 54enne: la sua sorella naturale. Quella che i genitori non rifiutarono. Si ritrovarono nell’86 e lei scrisse addirittura un libro sulla loro vicenda. Docente di inglese al Bard College (New York) e romanziera affermata, da un suo libro è stato tratto nel 1999 il film La mia adorabile nemica con Susan Sarandon e una giovanissima Natalie Portman.
Mauro Suttora

La nuova 'padrona' di Santoro

PARLA CINZIA MONTEVERDI, PRESIDENTE DI ZEROSTUDIO'S, LA SOCIETA' CHE PRODUCE 'SERVIZIO PUBBLICO'

Parma, 9 ottobre 2011

dal nostro inviato Mauro Suttora

Come si sente a essere la nuova padrona di Michele Santoro? «Figurarsi. Non posso dare ordini a Santoro. Nessuno c’è mai riuscito». Però è lei la presidente e amministratrice delegata della Zerostudio’s, società che dal 3 novembre manderà in onda Servizio pubblico: la nuova trasmissione del conduttore che a giugno ha abbandonato la Rai, ma non ha trovato altre reti che lo ospitino.

«Il mio ruolo principale è di tramite fra Santoro e Il Fatto Quotidiano, giornale che ha investito 350 mila euro, il 17,5 per cento dell’impresa. Lavoreremo in sinergia, anche perché Il Fatto ha un sito web arrivato in pochi mesi a mezzo milione di lettori giornalieri: ormai siamo i terzi, dopo Repubblica e Corriere della Sera. E Servizio pubblico andrà in onda propro su web, oltre che su un circuito di tv locali e su Sky, nel canale 504 del Tg24 Eventi».

Incontriamo Cinzia Monteverdi, 38 anni, nella sua mansarda di Parma. È appena partita la campagna di sottoscrizione di Servizio pubblico, associazione guidata dalla «santorina» di Annozero Giulia Innocenzi che chiede dieci euro agli spettatori di Santoro per rimetterlo in onda. L’azionariato popolare, iniziativa unica al mondo nella storia della tv, coprirà il 24% nella società. Cinzia è entusiasta: «Arrivano dieci sottoscrizioni al minuto, ce la faremo».

Sarà circondato da donne, Santoro. Oltre a lui, che con la moglie Sanja Podgajski ha il 51%, le consigliere d’amministrazione sono la Monteverdi, la Innocenzi e Angelica Canevari, consigliere delegato della Videa di Sandro Parenzo, proprietario di Telelombardia. «Ma questa “valanga rosa” è un puro caso, non l’abbiamo fatto apposta», sorride la Monteverdi.
 
«Ho cominciato a lavorare con Santoro nel marzo 2010 in Rai per una notte», dice Cinzia, «la trasmissione andata in onda da Bologna sugli schermi delle piazze d’Italia, tv locali, Current di Sky e web, per protesta contro la censura pre-elettorale: 13 per cento di audience. Bis lo scorso giugno con Tutti in piedi per la Fiom. E ora andremo avanti con la “multipiattaforma”: tv in chiaro, satellite e web».

I due milioni di capitale iniziale, però, coprono le spese per sole otto puntate, che costano 250 mila euro l’una. Come mai così tanto? «Per fare tv ci vogliono tanti soldi. Solo per la scenografia, centinaia di migliaia di euro. Affitto la banda web in streaming per tre ore: 50 mila euro. E così via...»

Potreste fare una tv povera, alla Gabanelli. «Michele vuole offrire un programma di qualità pari a quelli che faceva in Rai. E lì c’erano grosse disponibilità. Naturalmente il mio compito, come per tutti gli editori e produttori, sarà anche quello di far quadrare i conti».

E qui entra in gioco la pubblicità. Perché non c’è sottoscrizione popolare che tenga: per andare in onda non artigianalmente, con grandi numeri, ci vogliono gli spot. «Abbiamo una concessionaria, la Publishare di Parenzo e Fiorenza Mursia. Le prospettive sono buone. Il sito web del Fatto, per esempio, chiuderà quest’anno con 800 mila euro di pubblicità contro i 250 mila euro previsti ».

La Monteverdi non lo dice, ma per le venti puntate del 2012 la speranza è che entri in campo la concessionaria di Sky. Il problema è che alle aziende non piace fare pubblicità su media troppo caratterizzati politicamente. E Santoro rischia la stessa penuria che colpisce Il Fatto: grande successo di vendite (80 mila copie, 40 mila abbonamenti), ottimi bilanci (otto milioni di utile annuo su 30 di fatturato), ma introiti pubblicitari non adeguati a questi exploit.

Cinzia però è ottimista. Ha la stessa energia che la spinse tre anni fa, titolare di un’agenzia di eventi, a contattare Marco Travaglio, vicedirettore del Fatto e colonna di Anno zero, dopo averne letto libri e articoli, e ad «appiccicarglisi come una cozza» per organizzare una sua serata a Carrara. «Poi, due anni fa, ho investito centomila euro, l’eredità dei miei nonni, per diventare socia fondatrice del Fatto. La scommessa è andata bene, e ora con Vincino e Vauro abbiamo resuscitato il famoso giornale satirico Il Male. E ora Santoro... Come ci ha insegnato Steve Jobs: “Siate folli, realizzate i vostri sogni”. Votavo a sinistra, poi Di Pietro, ma adesso nessuno mi convince: né Vendola, né Beppe Grillo, né Bersani. Sono andata a Roma a lavorare nell’amministrazione del Fatto perché ero stufa di lamentarmi, di essere scontenta, ma di non fare niente di concreto».

Sposata, fidanzata? «Già fatico a convivere con me stessa, figuriamoci con un uomo». Intanto, durante l’intervista continuano a telefonarle: prima Santoro, poi Travaglio, poi Antonio Padellaro, il direttore del Fatto. È domenica pomeriggio, e lei adora lavorare.

Monday, October 10, 2011

La più bella miss d'Italia

DA ESCLUSA A REGISTA: IL FILM DI MIRCA VIOLA

di Mauro Suttora

Oggi, 3 ottobre 2011

«Mirca Viola è in assoluto la più bella Miss Italia delle edizioni recenti». E se lo dice Michela Rocco di Torrepadula, che nel 1987 vinse lo scettro proprio grazie alla squalifica di Mirca, c'è da crederle. Successe il finimondo il giorno dopo l'incoronazione, quando si scoprì che la 19enne forlivese Viola era sposata e pure mamma, in barba al regolamento.

In questi giorni Mirca debutta come regista, soggettista e sceneggiatrice: il 7 ottobre esce il suo primo film, L'amore fa male, con Stefania Rocca e Nicole Grimaudo.
«È una storia ambientata fra Catania e Roma che mi sta molto a cuore», dice lei, che dopo 21 anni (e un'altra figlia) si è separata dal marito Enzo Gallo. Col quale però è rimasta in ottimi rapporti, visto che è lui a produrre il film. Come attrice la Viola in questi anni ha recitato sia sul grande schermo (Banditi con Ben Gazzara, Una vacanza all'inferno con Giancarlo Giannini), sia in tv: Incantesimo, Centovetrine, Lo scandalo della Banca Romana. E ora, dopo vari cortometraggi e due aiuto-regie, un film tutto suo.

Monday, October 03, 2011

Parti lese e illese

Milano, 3 ottobre, processo Berlusconi-Fede-Ruby-Mora-Minetti. In aula arriva la marocchina Imane Fadil [una delle 32 'olgettine', ndr]: "Sono parte lesa"

E se si chiamasse Imene, sarebbe illesa?

Wednesday, September 28, 2011

Cosa pensano i tedeschi dell'Italia

I TEDESCHI SI SONO STUFATI DI PAGARE.
NASCERANNO UN EURO1 NORDICO E UN EURO2 MEDITERRANEO?

Oggi, 21 settembre 2011

di Mauro Suttora

Il 93 per cento dei tedeschi rifiuta gli Eurobond, cioè i titoli di stato europei che metterebbero in sicurezza le finanze pubbliche degli Stati Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, in inglese «maiali») che rischiano la bancarotta. L’Europa si spacca: da una parte il Nord, con i bilanci in ordine, dall’altra i deficit cronici e astronomici del Mediterraneo.

Ma davvero la Germania della cancelliera Angela Merkel non è più disposta ad aiutare l’Italia, il cui debito di 1.900 miliardi supera da solo quello di Grecia, Portogallo e Spagna messe assieme?

In un periodo in cui economisti ed «esperti» sembrano non essere più capaci di imbroccare una previsione, abbiamo chiesto un parere a quattro persone «qualunque», ma qualificate: tedesche che da decenni vivono in Italia, e un’italiana che si è stabilita in Germania. Per sapere a che punto è un rapporto di amore/odio che da più di mille anni (da Carlomagno a Schumacher, passando per Barbarossa, Federico II, Beethoven e Hitler) ci lega nel bene e nel male.

Babette Riefenstahl, 44 anni, architetto (da Berlino a Milano):

«I tedeschi sono disposti ad aiutare finanziariamente l’Italia, però ora hanno l’impressione che siano soldi buttati in un pozzo senza fondo. Non vedono miglioramenti: solo tanta disorganizzazione e dispersione di risorse. Non voglio fare l’elogio dell’efficienza tedesca, a volte quadrata fino all’ottusità. Va bene anche una gestione fantasiosa, all’italiana. Ma i risultati devono esserci. Anche perché l’Italia ha risorse enormi ed è una nazione fondatrice dell’Unione europea.

«I tedeschi hanno una vera e propria passione per l’Italia, per questo il dispiacere di vedervi ridotti così è grandissimo. Io vivo qui da 25 anni, sento di appartenere all’Italia. Ma proprio per questo soffro ancora di più. Ci si arrabbia con quelli a cui si vuole bene, non con gli estranei. E mi stupisce la mancanza di proteste da parte degli italiani. Forse perché il frigo è ancora pieno, quindi si tira avanti rassegnati.

«Fra i più grandi sprechi vedo la burocrazia della pubblica amministrazione. In Germania tante cose possono essere gestite via internet, mentre in Italia per chiedere un semplice documento bisogna ancora andare di persona negli uffici a fare code e perdere tempo. Tutto questo ha un costo anche economico».

Antje Stehn, 48 anni, pittrice (da Amburgo a Milano):

«La Germania ha già prestato parecchi soldi alla Grecia, che però resta nei guai. E questo aumenta il nervosismo a Berlino: nel dibattito al Parlamento sui nuovi aiuti i deputati si sono quasi picchiati. Ora anche l’Italia sta andando fuori controllo, e i tedeschi vedono un governo italiano debole, senza credibilità. Berlusconi non viene preso sul serio. Ci vuole un governo unico europeo, per non essere governati da banchieri che non agiscono nell’interesse comune.

«Tedeschi formiche e italiani cicale? Attenzione ai luoghi comuni: tre anni fa è stata proprio la Germania a sforare il 3 per cento del deficit, limite che pareva sacro. E poi tutti dietro. Adesso la nostra economia si è ripresa, anche perché investiamo molto nelle energie alternative, addirittura nel solare.

«Vivo in Italia da trent’anni, in questo periodo ho visto allargarsi il divario fra ricchi e poveri. Ora subite l’attacco degli speculatori, che colpiscono sempre chi è debole. Ma è l’Italia a essere diventata vulnerabile».

Adriane Selle Barbera, 37 anni, ex modella (da Amburgo a Biella):

«Chiedono sempre ai tedeschi di aiutare tutti, ci siamo un po’ stufati. La Germania ha i suoi problemi, non può dare sempre soldi agli altri. Anche perché alla Grecia ha già dato, e non è servito a granché. Comunque i tedeschi si lamentano e brontolano, però alla fine aprono il portafogli. E il loro rappresentante nella Banca europea ha dovuto dimettersi.

«Gli italiani hanno ricominciato a emigrare verso la Germania. Fino a trent’anni fa erano operai o gelatai, ora sono giovani laureati senza lavoro in Italia che fuggono dagli affitti assurdi di Roma o Milano. Non so se l’euro sia stato un affare per l’Italia. Prima del 2001 la vita qui costava meno, lo ricordo bene perché arrivai a Milano come modella e per laurearmi allo Iulm. Ora invece molti prezzi sono più alti. Ho una bimba di un anno, il suo latte in polvere in Germania costa la metà. E così per medicine omeopatiche, prodotti naturali, collirio, vitamine... Come fanno a chiedere mille euro a notte in certi alberghi sardi?

«L’attrazione fra tedeschi e italiani è proverbiale: siamo così diversi che ci completiamo, abbiamo bisogno gli uni degli altri. Io non potrei più vivere in Germania, quando torno ad Amburgo non riesco neppure a parcheggiare che qualcuno mi critica perché ho superato una certa striscia, sono disordinata... I tedeschi chic abbandonano la birra per il vino, mentre i giovani italiani fanno il contrario. Ma poi, di quale Germania e Italia stiamo parlando? Amburgo e Monaco di Baviera sono differenti quanto Milano e Napoli».

Marianna Del Prà, 49 anni, professoressa alla scuola Montessori di Friburgo (Germania):

«Ormai qui in Germania si leggono e si sentono frasi tipo “Stati vergogna” o “Club Med”, in riferimento a Italia, Grecia, Spagna e Portogallo. Non c’è più rispetto per i politici di questi Paesi. Perfino lo Zeit, giornale liberale progressista e politicamente corretto, si domanda: “Perché dobbiamo mantenerli? Perché rischiare di polverizzare i nostri risparmi?”

«Quelli che invocano tagli drastici negli aiuti ai Paesi mediterranei, però, non vogliono meno Europa. Anzi, propongono un’autorità comune per far rispettare le leggi e far pagare le tasse dappertutto. Come negli Stati Uniti. Dicono: «Lasciamo che la Grecia dichiari bancarotta», ma non mi sembra che vogliano separare l’euro in due: da una parte un euro forte, nordico, dall’altra un euro mediterraneo che si possa svalutare.

«Alcuni stereotipi, come quello dei tedeschi formiche risparmiatrici e degli italiani o greci cicale pigre, resistono. Ma altri non reggono: per esempio quello dei tedeschi ordinati e puntuali. Friburgo, la città dove vivo da 17 anni, non e´ più pulita di Udine, da dove provengo. E anche qui i treni sono spesso in ritardo.

«Si dice: gli italiani stimano i tedeschi ma non li amano, i tedeschi amano gli italiani ma non li stimano. Io però mi farei governare volentieri dalla Merkel, se vivessi in Italia. Qui la sanità pubblica funziona benissimo: fino a qualche anno fa era tutto gratis, perfino il dentista. Ora hanno messo i ticket, ci si sente tutti un po’ più in pericolo, c’è chi ha perso il lavoro. Ma si sta meglio che in Italia. A parte il clima, che è uno dei motivi per cui i tedeschi continuano ad amare l’Italia».

Mauro Suttora