Wednesday, November 12, 2003

Morandi alla maratona di NY

"A New York io e Anna volevamo andare di corsa anche all'altare"

Gianni Morandi, in America per la maratona, stupisce tutti

"Abbiamo pensato di sposarci qui, dove si può fare in quattro e quattr'otto", rivela il cantante, "ma alla fine abbiamo deciso di rimandare, però solo di qualche mese..." "Che gioia fare il papà a tempo pieno !"

di Mauro Suttora

Oggi, 12 novembre 2003

New York (Stati Uniti).
Al terzo tentativo c'è riuscito: quest'anno Gianni Morandi ha convinto la compagna Anna Dan ad accompagnarlo alla maratona di New York. Anche la signora ha corso, con un tempo più che onorevole per una debuttante: cinque ore e 18 minuti. Quattro ore e nove minuti ci ha invece messo Gianni, a coprire i 42 chilometri della corsa più popolare del mondo: i partecipanti sono stati 34 mila, 1.200 dei quali italiani, e fra questi 200 bolognesi.

"E pensare che la prima volta, cinque anni fa", ricorda Morandi, "da Bologna con la squadra "Celeste" eravamo appena in nove, e io ci misi quattro ore e mezzo. L'anno dopo, nel '99, stabilii invece il mio record: tre ore e quaranta".

Ora il cantante sta per compiere 59 anni ed è dovuto rimanere fermo parecchio dopo aver subito operazioni a entrambe le ginocchia: "Non correre più", mi ha detto il mio medico, "se lo fai rischi la protesi". E io gli ho risposto: "Ma con la protesi posso comunque continuare a cantare, no ? E allora rischio".

Incontriamo Morandi al ristorante Sandomenico. Defilata come sempre, c'è la compagna Anna Dan, che non ama mettersi in mostra. "Sì, quest' anno corre anche mia moglie", ci dice. Moglie ? Vi siete sposati ? "Ma guarda che stavamo per farlo proprio qui a New York", scherza, ma non troppo. "Alain Elkann, che è qui per l'inaugurazione della mostra su Fellini al museo Guggenheim, mi ha assicurato che si può fare in quattro e quattr'otto, senza pubblicazioni. È un matrimonio valido, poi lo si fa trascrivere dal consolato americano in Italia. Lui dice che si è sposato così, due anni fa, con Rosi Greco... Comunque io chiamo già "moglie" Anna perché ci sposeremo, probabilmente entro qualche mese".

E vostro figlio Pietro dov'è ? "L'abbiamo lasciato a Bologna dagli zii. Ormai ha sei anni, va a scuola, fa la prima elementare. Frequenta anche i corsi di calcio ogni pomeriggio, e a me piace accompagnarlo. Dopo la fine della trasmissione Uno di noi, lo scorso gennaio, mi sono preso un bel periodo di riposo proprio per passare più tempo assieme a lui. Non bisogna trascurare i figli, perché poi capita che quando finalmente torni a casa ti accorgi che hanno già fatto il servizio militare...".

Be' , non sembra che con gli altri due suoi figli, Marco e Marianna, il risultato sia stato negativo. "No, però quando loro erano piccoli io lavoravo veramente troppo".

È difficile intervistare Morandi, si è continuamente interrotti da amici e fan. Gianni, quanto si è allenato per questa maratona ? "Non molto, ho corso parecchio sull' erba ma non sul duro, che è più faticoso. Mia moglie ha fatto 21 chilometri a Bologna".

Come hai trovato New York quest'anno ? "L'ultima volta che sono venuto, nel '99, prima di tornare in Italia avevo visitato le Torri Gemelle. Sono rimasto molto colpito dall'11 settembre, ma mi pare che la città si sia ripresa bene dopo la depressione".

E New York ha ricompensato Morandi e sua "moglie" con alcune delle sue più belle giornate autunnali. La prima mattina, appena arrivati, i corridori bolognesi del gruppo Celeste, sotto la guida della veterana Laura Fogli (dodici maratone all' attivo, otto delle quali da vera atleta e una volta è arrivata seconda), si sono dati appuntamento alle otto all' entrata del parco, e poi hanno corso fino al Reservoir, il famoso lago attorno al quale correva il Maratoneta Dustin Hoffman nell' omonimo film.

Ma la vera sorpresa arriva il giorno dopo, la mattina di sabato primo novembre, quando al gruppetto dei jogger mattutini di Morandi si aggiunge per una sgambata Romano Prodi. Il presidente dell'Unione europea, anche lui bolognese, è appena arrivato dalla Cina dov'era andato in visita ufficiale con Silvio Berlusconi, e per ritornare in Europa ha preferito proseguire verso Est fino agli Stati Uniti. Incurante del fuso orario, Prodi ha corso e scherzato con Morandi. Ed è lo stesso Gianni a offrire ai lettori di Oggi la foto scoop privata di questo incontro inaspettato a New York.

Il prossimo appuntamento di Morandi con i fan italiani è per gennaio, quando partirà la sua tournée. Intanto in queste settimane su tutte le Tv arriva lo spot (voluto dal ministro del Welfare, Maroni), con la canzone Il mio amico composta da Gianni e dedicata ai disabili: "Il mio amico cammina che sembra un pendolo/ma tu guarda che razza di scherzi ti fa la vita".
Mauro Suttora

Monday, November 10, 2003

Difesa europea

IL FANTASMA DELLA DIFESA EUROPEA

di Mauro Suttora

Diritto e Libertà

10 novembre 2003

Sarà una donna a partorire l'esercito europeo? Michèle Alliot-Marie, ministro della Difesa francese, si ostina ad assicurare che l'embrione di forza armata continentale concepito nell'aprile 2003 da Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo non sarà concorrenziale con gli Stati Uniti, ma in integrazione. Intanto però la sede del suo comando è già stata scelta: si installerà a Tervuren, nella periferia di Bruxelles, ben separata da quella della Nato. Quindi non si tratterà certamente di quel «pilastro europeo della Nato» che gli statunitensi auspicano da anni, sollecitando insistentemente gli alleati a metter mano al portafogli. Anche perchè la data dell'annuncio del concepimento è sospetta: proprio all'apice della polemica franco-belga-tedesca contro l'attacco americano a Saddam Hussein.

La compagine dei promotori coincide poi con l'«Axis of weasels» (Asse delle puzzole), insulto che i media statunitensi più patriottici (New York Post e Fox tv di di Rupert Murdoch) hanno scagliato contro gli oppositori della guerra contro l'Iraq, riecheggiando l'«Axis of evil» (Asse del male) di bushiana invettiva. Un'altra invettiva, d'altronde, si è già guadagnato il Comando militare Ue autonomo di Tervuren: un furibondo portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Richard Boucher, lo ha definito «riunione di produttori di cioccolata», riferendosi alla prestigiosa tradizione gastronomica belga che si situa agli antipodi di ogni valore marziale.

Il 2003 è anche il decimo anniversario della nascita di Eurocorps, la brigata franco-tedesca che il 14 luglio di quest'anno ha addirittura aperto la parata della Festa nazionale francese sugli Champs-Elysées. Ma tutte queste sono iniziative estemporanee di Francia e Germania, spesso utilizzate dal «nocciolo renano» dell'Unione Europea in funzione polemica contro i Paesi filo-Usa (la Gran Bretagna sotto qualsiasi premier, la Spagna di Aznar e l'Italia di Berlusconi, con gli imminenti rinforzi dei nuovi membri dell'Est).

La verità tuttavia è che gli unici due stati europei che possono contare su Forze armate di una qualche efficienza, supportate da un'industria bellica di peso, sono Francia e Gran Bretagna. Sono anche le uniche due potenze atomiche, e gli unici due Paesi europei con seggio permanente e diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell'Onu. Finchè Parigi e Londra staranno su sponde opposte nei rapporti con Washington, quindi, l'Europa rimarrà «un gigante economico, un nano politico e un verme militare». E gli Stati Uniti saranno ben felici di questo «divide ed impera» che neutralizza ogni velleità da parte di alleati sempre più riottosi.

E' da undici anni che l'Unione Europea si gingilla con l'idea di una "Forza di reazione rapida" di 60mila uomini, pronti a partire per qualunque posto al mondo nel giro di 60 giorni e a restarci fino a un anno. Le missioni (perlopiù umanitarie) di questa forza vennero definite in un albergo tedesco nel '92. Di qui il nome: accordi di Petersberg. Poi nel '99 è arrivata la sanzione ufficiale, con la nascita della Pesc (Politica estera e di sicurezza comune) e la nomina di Mister Pesc nella persona dello spagnolo Javier Solana. Ma finora di concreto è stato fatto quasi nulla.

L'unica missione tangibile europea è quella dispiegata in Macedonia dal primo aprile del 2003, e mai pesce d'aprile fu più evidente. Il contingente europeo, infatti, è semplicemente la continuazione di una ex missione Nato, e sta in piedi solo grazie ai mezzi e alle capacità dell'Alleanza atlantica.

Nell'operazione sono impegnati 350 militari, ma la maggioranza dei loro stati di provenienza è tuttora extra Ue: si tratta dei 14 Paesi Nato non Ue (tutti tranne gli Usa), ai quali si aggiungono 13 Paesi Ue (tutti tranne Danimarca e Irlanda).

Stessa situazione per l'altra missione Ue in corso, quella ereditata il primo gennaio 2003 dall'Onu in Bosnia. Non si tratta di militari: 500 funzionari di polizia provenienti da 33 Paesi (anche qui perciò con quelli Ue in minoranza) che dovrebbero addestrare poliziotti locali per ripristinare la legalità nell'ex repubblica jugoslava dopo la strage dei settemila bosniaci a Srebrenica del luglio '95, l'attacco aereo Nato contro la Serbia e gli accordi di Dayton. Ma rappresentano solo un piccolo contorno di quello che è il contingente vero: 12mila soldati, di cui 1.700 statunitensi che Bush junior sarebbe lieto di ritirare.

Se i militari se ne andassero domani la Bosnia ripiomberebbe nel caos, perchè in otto anni nessun progresso politico è stato fatto e la Bosnia continua a essere una fantomatica unione di tre stati diversi (serbo, croato e bosniaco) con tre presidenti e tre apparati statali incollati artificialmente a spese della comunità internazionale (che scialacqua ogni anno 1.400 dollari per ogni bosniaco, 38 milioni di euro solo per i poliziotti). Il risultato è
desolante: «In Bosnia oggi non c'è stato di diritto», ha ammesso Paddy Ashdown, il capomissione britannico, «ogni fibra e cellula di questo Paese è infettata dalla criminalità, fino al midollo» (New York Times, 8 ottobre 2003).

La terza missione in teoria Ue è stata quella dell'estate 2003 in Congo, a Bunia, dove l'Onu è arrivata per l'ennesima volta a stragi fatte. La Francia ha mandato un migliaio di soldati, però ha voluto una copertura (anche finanziaria) europea che è stata simbolica ma importante. Per la prima volta, infatti, un contingente Ue di 1.500 militari è stato mandato fuori dall'Europa, senza che alla Nato venisse chiesto di farlo, dato il disinteresse Usa. L'operazione si è conclusa alla fine di agosto. Coordinatore Onu per la regione dei Grandi Laghi è una vecchia conoscenza radicale: Aldo Ajello, ex deputato della Rosa nel pugno dal '79 all'83.

Se questi sono i risultati a mezzo secolo esatto dal primo fallimento, quello della Ced (la Comunità Europea di Difesa abortita nel 1953), è meglio non illudersi che una Forza armata continentale, rapida o non rapida, possa nascere a breve termine. Anche perchè i militari per lavorare assieme devono contare su sistemi d'arma compatibili e parlare la stessa lingua. Ma nonostante decenni di apparente integrazione nella Nato, queste condizioni minime ed elementari non sono state mai raggiunte.

«Noi ci abbiamo messo 70 giorni per schierare 45mila soldati in Iraq, la Ue è ancora ben lontana dal suo obiettivo», ha sentenziato il ministro della Difesa britannico, Geoff Hoon. I francesi a loro volta disprezzano la missione inglese a Bassora: «Sono soltanto truppe di complemento degli Stati Uniti».

I polacchi in Iraq sono letteralmente pagati dagli Usa (una resurrezione moderna del mercenariato di stato?) Quanto ai tedeschi, per mancanza di mezzi di trasporto il trasferimento dei loro 1.500 soldati in Afghanistan è durato quasi due mesi. Eppure, tredici Paesi Ue sono oggi rappresentati nel contingente Nato di 5.500 uomini a Kabul, che comprende 33 nazioni. Mancano solo Portogallo e Austria. In Afghanistan oggi operano più truppe di terra europee che americane. In totale, i Paesi Ue hanno attualmente ben 50mila militari stanziati in Africa, nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan come peace-keepers.

«E' probabile che l'Ue possa organizzare altre missioni militari in futuro», spiega Daniel Keohane, giovanissimo (27 anni) analista del Cer (Center for European Reform) di Londra, «perchè le priorità Usa sono Iraq, Iran e Corea del Nord, e Washington non vuole essere coinvolta in conflitti nella fascia d'instabilità che percorre i fianchi Est e Sud dell'Europa, e si allunga fino all'Africa subsahariana. L'Ue sta valutando, per esempio, se sostituire i peacekeepers russi nella regione Transnestria della Moldavia».

Pochi sanno che l'Unione europea ha in realtà più soldati degli Stati Uniti. I 15 Paesi della Ue possono contare su un milione e 600mila militari, gli Usa su un milione e 414mila (dati 2001). Con l'allargamento a 25 della Ue entreranno altri 310 mila soldati, metà dei quali polacchi (163 mila).

Naturalmente il fatto di avere quasi due milioni di uomini sotto le armi non significa nulla dal punto di vista dell'efficienza. Basti dire che l'Italia, con i suoi 217mila soldati, supera numericamente la Gran Bretagna (210mila).
Ma nessuno si sogna di paragonare le due forze armate, anche perchè gli inglesi sono tutti professionisti. Il record va alla Germania, 296mila militari, ma è soltanto una pesante eredità dell'unificazione. Segue la Francia con 260mila uomini. La Grecia ha lo stesso numero di soldati della Spagna, 178mila, ma solo perchè si sente in dovere di fronteggiare i ben 515mila militari turchi.

Insomma, i numeri ci sarebbero. Non è vero inoltre, come sostengono i commentatori di cose militari (quasi tutti ex ufficiali o consulenti di industrie belliche), che l'Europa spende così poco per le proprie Forze armate. Certo, spreca meno degli Stati Uniti: il due per cento del Pil, in media, contro il tre e mezzo degli Usa.

Data l'immensità dell'economia Usa, questo significa che in cifre assolute gli americani stanziano per la difesa più del doppio di tutti i 15 Paesi Ue. Ma d'altra parte sarebbe sciocco inseguire gli Stati Uniti nel riarmo voluto da Bush junior dopo l'11 settembre 2001: da 300 miliardi di dollari annui a quasi 500 nel giro di 24 mesi, un aumento di spese militari di oltre il 60 per cento, senza precedenti in tempo di pace.

I furbi europei sanno che fronteggiare i terroristi islamici con carri armati e sottomarini, come pretendono di fare gli americani, equivale a voler combattere le mosche con i bazooka. E utilizzare truppe scelte (e costosissime) per l'ordine pubblico, per di più con problemi insormontabili di lingua, come stanno facendo oggi gli Usa in Iraq, è sbagliato oltre che controproducente. Il peacekeeping (mantenimento della pace) è un mestiere diverso rispetto al combattimento, e il peace enforcing (imposizione della pace) è un'altra cosa ancora. Ognuno necessita di competenze e addestramenti specifici.

Certo è che gli europei spendono male. L'integrazione dei sistemi d'arma e l'eliminazione dei doppioni consentirebbe risparmi enormi. Spesso (è il caso dell'Italia) per ragioni elettorali i politici preferiscono un esercito clientelare, statico e sovrabbondante rispetto a reparti snelli di operatività immediata. Quanto alle gerarchie militari, sono ossessionate dalla voglia di «mostrare la bandiera», proponendosi per missioni dall'altra parte del pianeta senza alcun criterio di prossimità geografica. Così come australiani e neozelandesi non sono venuti in Kosovo, è stato completamente inutile per gli italiani spingersi agli antipodi, fino a Timor Est. Anche la gendarmeria internazionale dev'essere razionale ed efficiente, senza trucchi per battere cassa con la scusa dell'usura mezzi.

Nel febbraio 2003 Jacques Chirac e Tony Blair hanno deciso che la Ue dev'essere in grado di schierare forze di aria, mare e terra nel giro di 5-10 giorni. Si tratta di un traguardo assai ambizioso ripetto agli attuali piani per la «forza di reazione» Ue, che come abbiamo visto prevedono tempi di 60 giorni. Ma tutti questi sono tutto sommato problemi tecnici. La questione dell'integrazione militare europea, invece, è soprattutto politica.

Individuazione della minaccia, innanzitutto. Solo terroristi islamici, per esempio, o in prospettiva anche la Cina? Solo regimi aggressivi nemici (Corea del Nord, Iran, Siria) o tutte le dittature, anche amiche (Arabia Saudita, Pakistan)? Interventi preventivi, come vuole la nuova dottrina Bush dal settembre 2002, o a cose (danni, stragi) fatte?
Diritto d'intromissione umanitaria o non ingerenza negli affari interni degli stati? Rimanere in una Nato a inevitabile egemonia americana, o accelerare la costruzione di un polo autonomo? Fuori o dentro la Nato? Con il rischio di perdere per sempre la Gran Bretagna? Accettare un coordinamento Onu, o agire unilateralmente in base all'orgoglio nazionale (non è un problema solo americano, di galletti abbonda anche il nostro continente)? Esportare con scarsa saggezza sistemi d'arma nel Terzo mondo per recuperare le spese di ricerca e sviluppo della propria industria bellica, come fanno troppo spesso gli Usa, o spingere per trattati internazionali restrittivi?

Il documento preparato da Solana nel giugno 2003 sulla strategia di sicurezza europea comincia a rispondere ad alcune di queste domande, con l'indicazione delle nuove minacce: terrorismo, proliferazione delle armi di distruzione di massa, stati allo sbando. «E' un documento scritto con un linguaggio sorprendentemente duro», commenta Keohane, «ma la Ue non può affrontare questi nuovi compiti senza cominciare almeno migliorando la cooperazione fra i propri servizi segreti. I governi europei si sono divisi sull'Iraq anche perchè non disponevano delle stesse valutazioni di intelligence. Ora che l'Eu gestisce operazioni militari, deve mettere in comune i servizi di spionaggio, incrementando in quantità e qualità l'attività di Europol, la polizia europea».

A proposito di intelligence, è stata proprio una nave europea (spagnola) a compiere pochi mesi fa una delle operazioni più preziose per la prevenzione del terrorismo. Aveva bloccato nell'oceano Indiano una nave pirata che trasportava missili nordcoreani nello Yemen. Poi però gli americani hanno permesso che il carico arrivasse a destinazione, perchè formalmente non violava alcun trattato. Rispetto della legalità o masochismo? Libero commercio internazionale o protezione del (proprio) export bellico? Forse l'Europa, proprio perchè più venusiana e meno marziana (secondo la famosa definizione di Robert Kagan), e quindi meno condizionata degli Usa nei confronti del proprio complesso militare-industriale, saprebbe compiere scelte più lungimiranti.

Diamo quindi uno sguardo all'industria bellica europea. Che, nonostante le concentrazioni degli ultimi anni, conserva ancora una forte impronta nazionale ed è percorsa dalle medesime divisioni politiche: da una parte Francia e Germania, dall'altra Gran Bretagna e Italia. I gruppi francesi Aérospatiale e Matra, la tedesca Dasa (Daimler Messerschmitt) e la spagnola Casa hanno dato vita nel 2000 a Eads (European Aeronautic Defence and Space), il primo gruppo aereo-missilistico continentale (e secondo mondiale) che produce gli aerei civili Airbus, il militare Eurofighter e quello da trasporto A400M, gli elicotteri Eurocopter, i missili Meteor, i satelliti Galileo e i razzi Ariane. I padroni sono francesi e tedeschi, gli spagnoli hanno solo il cinque per cento delle azioni. Parigi e Monaco di Baviera passano la maggior parte del loro tempo a litigare fra loro, con due sedi, due presidenti e due amministratori delegati. Dei trenta miliardi di euro fatturati da questo gigante nel 2002, però, solo il venti per cento appartengono al mercato militare.

Nella classifica mondiale delle industrie belliche Eads è appena ottava, superata dai cinque colossi Usa foraggiati dal Pentagono (Lockheed, Boeing, Northrop Grumman, Raytheon e General Dynamics), dalla britannica Bae Systems (erede di British Aerospace e Gec Marconi) e anche dalla francese Thales (ex Thompson). All'undicesimo posto c'e' la nostra Finmeccanica, con 2,7 miliardi di fatturato militare (un sesto rispetto agli oltre 15 miliardi di Bae Systems). Finmeccanica, attraverso la controllata Alenia, partecipa con il 19,5% al programma Eurofighter (l'aereo caccia europeo), in cui l'Eads franco-tedesco-spagnola ha il 43% e la britannica Bae il 37,5.

L'Alenia nel 2001 ha dato vita a una joint venture con la Bae: Ams (Alenia Marconi Systems), specializzata nell'elettronica e nel controllo del traffico aereo. Fattura 1,2 miliardi di euro annui, vende in cento Paesi ed è la terza produttrice mondiale di radar. E' fallita, invece, la joint venture fra Eads e Bae nel campo dei satelliti militari e civili: quest'anno la società Astrium è tornata sotto il controllo totale di Parigi e Berlino, dopo che Londra si era rifiutata di partecipare all'aumento di capitale e ha quindi ceduto la propria quota del 25%.

«Il mercato unico europeo della difesa è ancora una chimera», scrive Alfonso Desiderio su "Limes", «si è molto lontani da risultati apprezzabili sia sul lato della razionalizzazione della domanda con l'accordo Occar (Organisme Conjoint de Coopération en matière d'Armement) fra Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania per uniformare la politica degli approvvigionamenti, sia sul lato dell'offerta con l'accordo Loi (Letter of Intent) fra i quattro Paesi Occar più Spagna e Svezia». Incredibilmente, infatti, il settore industriale della difesa rimane ancora fuori dalle regole comunitarie. I trasferimenti di tecnologia avanzata subiscono ancora controlli da parte dei singoli governi: perfino gli ingegneri di una stessa azienda ma di nazionalità diverse devono chiedere permessi, in base a un sorpassato principio di protezione della sicurezza "nazionale".

Non parliamo poi delle commesse ottenute dai singoli Paesi grazie ad accordi politici, come quella favolosa ottenuta dalla Gran Bretagna con l'Arabia Saudita, che garantisce alla Bae fatturato per tre miliardi di euro all'anno: qui non solo ognuno fa per sè, ma tutti lottano contro tutti. Così spesso, di fronte a concorrenti europei divisi, vincono le offerte dei giganti americani. A volte, poi, sono gli stessi europei a fare lo sgambetto a se stessi in favore di Washington.
È il caso dell'Italia, che nel 2001 ha preferito l'aereo Usa Jsf all'europeo A400M, o della Polonia che ha acquistato 48 caccia F16 dell'americana Lockheed invece dei Jas-39 Gripen anglosvedesi o dei Mirage Dassault francesi.

Mauro Suttora

Monday, November 03, 2003

Vagina rejuvenation

SMALL, MEDIUM, EXTRALARGE: QUALI SONO LE DIMENSIONI DESIDERABILI DELLA VAGINA?
SULLE MISURE IDEALI DEL PENE, SAPPIAMO TUTTO E DI BRUTTO. PERCHÈ NESSUNO PARLA DELLE TAGLIE DIVERSE DELLE DONNE?

Mauro Suttora per Il Foglio

3 novembre 2003

New York. Nel 1969 Mario Puzo inseri' nel suo "Il Padrino" la surreale descrizione dell'amante di un mafioso ucciso la quale si fece ridurre la vagina da un chirurgo plastico: temeva che la grossezza dell'organo sessuale del defunto l'avesse sformata a tal punto da renderla inappetibile per il futuro. E' uno dei tanti episodi che rimasero fuori dal film di Francis Ford Coppola, tre anni dopo.

E' passato un terzo di secolo, e negli Stati Uniti si sono moltiplicati i Laser Vaginal Rejuvenation Institute: tutto è migliorabile artificialmente, anche laggiù, al prezzo medio di settemila dollari. Ma ora l'indicibile approda sul prestigioso settimanale "New York Observer", che dedica un'intera, disinibita, esilarante seconda pagina all'argomento: quali sono le misure desiderabili della vagina? A rispondere al quesito è George Gurley, penna fine del giornale: memorabile la sua lunga intervista a Oriana Fallaci dello scorso gennaio, sempre sull'"Observer", uno dei rari articoli usciti in America su "The Rage and the Pride".

Questa volta Rabbia e Orgoglio delle femministe Usa vengono sfidate da un'inchiesta quasi entomologica, titolata provocatoriamente "My Vagina Monologue". Gurley parte dalla banale constatazione che ciascuno di noi, uomo o donna, può fare ogni mattina aprendo la posta elettronica: decine di e-mail ci propongono di aumentare la misura del pene. "Volete un'enorme bestia dentro ai vostri pantaloni?", chiedono gli spammer. E' diventata un'ossessione. Ma perchè nessuno parla invece delle misure delle donne?

"Eppure", scrive Gurley, "tutti sappiamo che anche le confezioni delle signore offrono taglie diverse". E la taglia conta eccome, giura il romanziere Marc Spitz. No, non conta niente, replica la sua collega Francine Maroukian: "Non mi sono mai posta il problema, mi interessa solo se è troppo grande o troppo piccolo quel che mi entra dentro". La pornostar australiana Cherie Lamour difende gli uomini: "Tutte a discutere fino alla morte delle dimensioni del pene, e mai una parola sulla vagina... Eppure la sua larghezza non dipende dal numero degli uomini con cui siamo andate a letto, o dal numero dei figli che abbiamo avuto".

L'attrice Chloe Sevigny partecipa al dibattito: "Ci sono forme e calibri di ogni tipo. Sfortunatamente ora va di moda il molto stretto. Mi hanno raccontato che Greta Garbo era preoccupata di averla troppo larga". "La verità è che non ci poniamo il problema", dice Dian Hanson, che lavora per i libri Taschen a Los Angeles, "perchè da sempre i maschi sono così contenti di avere avuto il permesso di entrare lì dentro che, se le pareti sono un po' rilassate, non si lamentano. Anche perchè temono, sollevando il problema, di essere loro ad averlo troppo piccolo".

Pare che, contrariamente a ciò che sembrerebbe naturale, siano le donne più sottili ad avere gli interni maggiormente cavernosi. Conferma Tad Low del canale musicale VH1: "Sono stato con una modella supermagra, e non sentivo niente". Il chirurgo plastico David Matlock dice che la maggioranza delle sue pazienti sono mamme con muscoli vaginali rilassati: "Le faccio tornare diciottenni. La gratificazione sessuale è collegata direttamente alla forza frizionale generata durante il rapporto".

"Piccolo è bello, questa è la tendenza", aggiunge il dottor Edward Jacobson, "gli interventi stanno aumentando. E' un po' come l'aumento dei seni negli anni '70". L'attrice Jackie Clarke ricorda che suo padre si lamentava: "Le donne americane arrivano a trent'anni con baffi rasati e vagine molli ed enormi, diceva. Beh, ora io ho 28 anni, ma nessuno si è mai lamentato. E se qualcuno osasse, concluderei che ce l'ha lui troppo piccolo".

"E invece ogni uomo, prima o poi, si è imbattuto nella spiacevole sensazione di annegare in un abisso", replica l'attore tv Dean Winters, "anche se non è detto che le mamme debbano preoccuparsi. Una signora con due figli aveva paura di far brutta figura, invece fu piacevolissimo: per alcuni minuti mi sembrò di stare con una diciassettenne."

L'unica a rifiutarsi di partecipare all'inchiesta è stata Glenn Close, incontrata da Gurley alla festa di compleanno newyorkese per l'attrice Naomi Watts: "Quando le ho chiesto se pensava che la misura della vagina rappresentasse un problema, mi ha guardato con disgusto". Eppure proprio la Close fu quella che nel 2001, interpretando i "Monologhi della vagina" al Madison Square Garden, fece alzare in piedi e urlare ripetutamente "Cunt!" ("Figa") ben 18 mila spettatori.

Mauro Suttora

Thursday, October 30, 2003

Il più elegante a Manhattan...

INAUGURAZIONE AL GUGGENHEIM

Flaminia Lubin per Dagospia

30 ottobre 2003

Il Guggenheim Museum di New York rende omaggio a Federico Fellini a dieci anni dalla sua morte con una retrospettiva inedita, completa dei tanti lavori del grande maestro, magistralmente curata dal boss della cultura italiana in America, il professor Antonio Monda. All'inaugurazione della mostra, la stampa italiana che vuole contare c'era tutta. Pochi i reporters stranieri, ben presenti invece al grande party organizzato dal museo.

Partecipi i vari gruppi Rai, tra cui Vincenzo Mollica, caro amico di Fellini, e anche lui tra gli organizzatori dell'evento. Maurizio Molinari della Stampa ad un certo punto e' corso via. Probabilmente ad occuparsi di economia..... americana naturalmente. Pupi Avati a capo della Fondazione Fellini e' stato dolce quando ha sbagliato termine in inglese e ha detto "Sostengo questo monster" (intendeva sostengo questa mostra che in inglese si dice exhibition e non monster).

Alain Elkann faceva le veci del ministro Urbani, i Della Valle sono stati gli sponsor dell'evento. Mauro Suttora, dei giornali Rizzoli, era in assoluto l'uomo piu' elegante, non in onore della retrospettiva credo, ma del gran gala da Cipriani sulla moda dove si sarebbe recato al calar del sole.

Saturday, August 09, 2003

Newsweek: Vacationing with Mr.B

August 18, 2003, Atlantic Edition

LETTER FROM ITALY; Pg. 10

Vacationing With Mr. B

By Mauro Suttora

What's new, Salvo?" my paparazzo friend is sipping caipiroska in a seaside cafe, watching the yachts anchored off Porto Cervo. The smallest is 40 meters. It's cocktail time, and he's taking a break from chasing celebs all day. "I got Gwyneth Paltrow on Valentino's boat. Liz Hurley, too. But I'm still looking for Eric Clapton. He should be at Peter Gabriel's villa."

There's no place like Sardinia's Costa Smeralda for stalking stars in summer. Marbella, St. Tropez? Not even close. "Tonight Roberto Cavalli is throwing the wildest party," Salvo informs me breathlessly. The Sultan of Brunei could be there, though probably not Silvio Berlusconi, Italy's prime minister. Among the world's richest men, he owns four villas in Costa Smeralda: one each for his mother, his brother, his eldest son and himself. Salvo's fondest dream is to snap Berlusconi on holiday, preferably with a woman other than his wife. The picture would be gold--not worth as much as Princess Diana and Dodi Fayed's first and last kiss here in 1997, but enough to make his season. My friend is practically salivating.

Casually, I mention that I'm vacationing with Mr. B--or rather with three of them, all oddly linked to the real Mr. B by no more than a degree of separation. Salvo looks confused. Berlusconi recently bought a fifth piece of land for a fifth villa, I explain. He got it from another Mr. B--the most powerful man on the Costa, Tom Barrack, a Californian descended from a Lebanese grocer. This second Mr. B also just paid $340 million for a chain of luxury hotels in Porto Cervo, including the sumptuous Cala di Volpe. "I'm having breakfast with him tomorrow." As it turns out, Barrack is aiming to develop some virgin shoreline but fears being blocked by local zoning authorities, who didn't let even the Aga Khan (the famous bazillionaire playboy-prince who essentially founded the Costa Smeralda) build on the site when he once owned the land. Will they now let Barrack fire up his bulldozers? I bet they do. The two Mr. B's are now friends, I tell Salvo, especially since Silvio gets his fifth villa. Tom, clearly a smooth operator, lavishes compliments on the P.M. "A Renaissance man," he calls Berlusconi. "He even composes love songs for his wife that he sings himself." Salvo looks downcast.

My third Mr. B to be vacationing in Sardinia this year is Gigi Buffon, the renowned goal-keeper for Juventus and the Italian national football team. This has been a fantastic year for Italy: we swept three out of the four first places in the European Champions League for the first time in history. The winner was AC Milan--Berlusconi's team, of course. A pity that the football players who flock to the Costa in search of glamour and girls are not more appreciated. They aren't elegant enough for the habitues, who despise them as newcomer wanna-bes. And the sleek young women who prowl about in the snippiest of bikinis and evening dresses are mostly after bigger fish than footballers.

At the ultra-glam Yacht Club annual gala, filled with everyone from the president of Mercedes to the most powerful and secretive Swiss bankers, Salvo and I hoped again to come across Berlusconi. But no. Instead we teamed up with the young and rowdy football champions--and thus fell in with still another famous Mr. B. This one is Flavio Briatore, the Formula One racing-team manager who owns the most expensive nightclub in Porto Cervo, aptly named Billionaire. The big news this season is that the potbellied playboy Briatore has switched girlfriends: from high-attitude model Naomi Campbell to, well, high-attitude model Heidi Klum. A point in his favor, Salvo agrees. We left Billionaire at 5 in the morning, the not-quite-risen sun lighting the sea a tender pinky-violet to the east. No doubt the real Mr. B was home in bed. With his wife.

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Sunday, July 06, 2003

Singing the Internationale

By Mauro Suttora

Newsweek

July 14, 2003

Communism in Europe collapsed 14 years ago, so I had to come to America to experience a real Marxist class struggle. In February a wealthy businessman bought the building where I live in Manhattan, along with a dozen others. Having spent $109 million, he now wants to maximize his profit. So he’s raising rents and trying to evict people. Also, he’s making a big fuss with the doormen. “I used to get $16 an hour,” complains Danilo Rodriguez from Puerto Rico, who covers the afternoon shift in my lobby on West End Avenue. “But he got rid of the pension benefits and the health insurance, so now I make only $10.”

My native Italy has the largest Communist Party in the West, and we are accustomed to powerful unions, labor strife and strikes. All I knew about the American variant was Joan Baez singing “Joe Hill” at Woodstock and Ronald Reagan screwing the air-traffic controllers. Never did I imagine that I, too, would soon be involved. Yet one day a sheet of paper slid under my door announcing a secret meeting in apartment 12C. “We gotta be united,” tenants admonished one another. This from folks who, before, hardly said hello in the elevator.

At first I was mystified by all the talk of “condoms.” Then I found out the word was “condos,” and that the landlord would be selling off the rentals as “owner-occupied apartments” - for big money, of course. To “protect our rights,” my fellow tenants hired a lawyer for the (to me) incredible sum of $13,000. Being an individualist, I refused to pay my $300 share. Why waste money against a phantom who hadn’t yet done anything against us?

The phantom finally showed up. His company’s name: Acquisition America. “He doesn’t even try to sound nice,” commented someone at the next meeting. So now we are all mobilized, Sacco and Vanzetti style, with aggressive direct actions unimaginable even in Italy. There’s a big, funny, gray inflatable rat at the front door - you get the symbolism - and there was the “picnic,” in reality a sit-in, one Sunday in front of the landlord’s mansion on Long Island. “To let his neighbors know” was our rationale. (Given the Gatsbyesque proportions of the estate, I doubted any of his “neighbors” could even see us.) This got much play in the New York press and soon unions, state senators, assemblymen and city councilmen were inviting me to raucous gatherings where the slogan is: “Tenants and workers united is our strength.” Am I living in the post-Reaganite wild West of capitalism, as my European friends think, or the last frontier of Sovietism?

Here, unions and laws (stabilizing and controlling) protect my rent. Thank you, but I’m skeptical that my rich company, which foots the bill, should pay $1,000 a month less than most individuals. And if the building goes coop, there will presumably be a board like so many others in New York. They have the power to keep you from owning pets, smoking in your apartment or inviting into your home whomever you please. Perhaps we should post one of those fat old babushkas in the lobby, just as in old Moscow.

There’s also an interesting ideological flavor to this struggle. Our new landlord happens to be a big shot in the Democratic Party, which puts him at odds with various other politicians from the same party who protect us. Discovering that he also has a big rug business, they question his possible exploitation of Third World labor. By contrast, we renters have developed a multiethnic solidarity with the African-American tenants of the owner’s Harlem buildings. Like any good communists, we are internationalists, too, and have forged alliances with our Latino and Montenegro doormen. The fight goes on, and on.

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Friday, May 30, 2003

Onu/5: lo scandalo Oil for Food

DAL PALAZZO DI VETRO ESCE ALLO SCOPERTO LO SCANDALO MAZZETTARO "PETROLIO IN CAMBIO DI CIBO": ECCO PERCHE' FRANCIA E RUSSIA HANNO CHINATO LA TESTA A USA E GB.

Mauro Suttora per Il Foglio

da New York, 30 maggio 2003

Come mai francesi e russi hanno chinato così docilmente la testa? Dopo la fine della guerra contro Saddam Hussein, Parigi e Mosca avevano negato per un mese e mezzo a Stati Uniti e Gran Bretagna ogni legittimazione Onu sull'Iraq occupato. La risoluzione approvata il 22 maggio, invece, non solo ha cancellato le sanzioni contro Baghdad, ma ha anche affidato il controllo del petrolio iracheno alle potenze vincitrici, ponendo fine al programma "Oil for Food" gestito dalle Nazioni Unite.

L'Oip (Office of the Iraq Program), nato nel 1997 e guidato a New York dal cipriota Benon Sevan, chiuderà entro sei mesi. Il miliardo di dollari che gli rimane in cassa andrà al nuovo Idf (Iraq Development Fund), e i contratti ancora aperti saranno rivisti. Il loro valore ammonta a dieci miliardi di dollari, di cui quasi la metà con società russe e francesi (3,7 miliardi le prime, un miliardo le seconde).

Seguono società giordane, egiziane e turche, coinvolte solo per ragioni di prossimità geografica. Durante i sei anni del programma le società russe hanno incassato in totale 7,3 miliardi di business. Secondo l'Egitto con 4,3 miliardi, poi la Francia con 3,7, quindi Giordania, Emirati Arabi e Cina con tre miliardi ciascuna. La Gran Bretagna ha avuto contratti per soli 200 milioni di dollari, quasi tutti nel settore sanitario.

L'ammissione: "Tutti lo sapevano"

L'imbarazzo che ha indebolito l'opposizione franco-russa alla risoluzione Onu, fino a liquefarla, deriva dalle rivelazioni delle ultime settimane: le Nazioni Unite avevano tollerato tangenti per miliardi di dollari a Saddam e ai suoi gerarchi. Così, mentre per dieci anni no global e "pacifisti" di tutto il mondo strillavano di bimbi iracheni che sarebbero stati affamati e uccisi dalle sanzioni, i soldi che dovevano sfamarli e curarli venivano intascati dal dittatore e dalla sua famiglia: "Tutti lo sapevano - ammette oggi perfino Sevan - e quelli che erano nella posizione di poter fare qualcosa non hanno fatto nulla. Io stesso non avevo i poteri necessari".

Secondo il programma Oil for Food tutti gli introiti della vendita del petrolio iracheno sarebbero dovuti confluire sul conto bancario Onu gestito dalla Banque Nazionale de Paris, per poi essere utilizzati in acquisti di derrate alimentari e attrezzature umanitarie. Invece le società estere prima pagavano Saddam e i suoi figli per ottenere i contratti, poi versavano loro tangenti fisse sul valore del grezzo estratto. La quota era di 15-25 cent al barile, che in alcuni casi salivano fino a 75 cent. Mezzo miliardo di dollari all'anno, per un totale di tre miliardi.

"Scoprimmo presto che dovevamo 'ungere' parecchia gente", denuncia l'uomo d'affari britannico Swara Khadir, "conservo ancora i documenti iracheni con le istruzioni su come depositare le tangenti in conti bancari giordani e svizzeri. I dirigenti iracheni non dovevano neppure fare la fatica di nascondere la propria corruzione, perché tanto i funzionari dell'Onu facevano finta di non vedere".

Un intermediario petrolifero russo si lamentò con l'Onu per aver dovuto pagare 60 mila dollari a Uday Hussein, figlio di Saddam, senza aver poi ottenuto il contratto: la somma fu versata in una banca di Amman, su un conto privato di Uday, i documenti furono inviati all'Onu, ma il Consiglio di sicurezza non ne tenne mai conto. Anche perché, incredibilmente, proprio le Nazioni Unite avevano affidato all'Iraq, e non ai propri amministratori, il compito di selezionare le società partecipanti al programma Oil for Food.

"Ovviamente molte di queste erano sospette - spiega John Fawcett, consulente della Brookings Institution per i diritti umani - si andava dalla mafia al terrorismo al riciclaggio di denaro sporco, fino a chiunque volesse fare un po' di soldi in fretta. Due società avevano soltanto un ufficio di facciata nel Liechtenstein". Come ha potuto l'Onu non accorgersi di questo verminaio? "Non siamo l'Fbi, il nostro non è un ufficio investigativo", si giustifica Sevan.

Quando le inchieste si fanno, sono dolori

Quando le inchieste si fanno, per le Nazioni Unite sono dolori. La settimana scorsa un rapporto del General Accounting Office (Gao) al Congresso americano ha rivelato che milioni di donne e bambini, cioè l'80 per cento dei venti milioni di profughi censiti nel mondo, finiscono in campi dove gli abusi sessuali sono diffusissimi: "L'Onu non fa abbastanza per controllare la situazione e addestrare il proprio personale", accusa il Gao, braccio investigativo del Congresso Usa. Vengono citati in particolare i campi profughi di Birmania, Congo e Liberia.

Attenzione: a puntare il dito non è l'amministrazione Bush, ma un convinto multilateralista e sostenitore dell'Onu come il senatore Joe Biden, massima autorità del partito democratico in fatto di politica estera (è capogruppo della commissione Esteri): "Donne e bambine, dopo aver sofferto le ingiurie della guerra e dei disastri naturali ed essere state costrette a fuggire dalle proprie case, finiscono in campi dove invece di essere protette vengono brutalizzate e qualche volta violentate". Per questo Biden ha proposto che gli Stati Uniti stanzino 90 milioni di dollari nei prossimi due anni per rendere sicuri i campi dei rifugiati e addestrare il personale.

Le stesse Nazioni Unite, in una loro inchiesta del 2001, avevano ammesso che lo sfruttamento sessuale dei profughi da parte di alcuni dei propri dipendenti era "un problema serio". Ciononostante, i dirigenti dell'Unhcr (United Nations High Commissioner for Refugees), guidata dall'ex premier olandese Ruud Lubbers, hanno dichiarato agli investigatori del Gao di non considerare necessari cambiamenti radicali: l'agenzia non nega l'esistenza del problema, ma assicura di avere già compiuto un significativo sforzo che "mira specificatamente a migliorare la capacità da parte del nostro staff di prevenire e rispondere alla violenza sessuale". La replica del Gao è drastica: "Mezze misure e cambiamenti parziali non risolveranno nulla".

Come quasi sempre capita quando un'agenzia Onu è accusata di inefficienza, si sollecitano nuovi finanziamenti piangendo miseria. L'anno scorso l'Unhcr ha dovuto tagliare il proprio bilancio (di 730 milioni di dollari annui) del 10 per cento, perché alcuni paesi non hanno versato le cifre promesse. Non è questo il caso dei tanto deprecati Stati Uniti, che hanno contribuito per 265 milioni di dollari, circa un terzo del bilancio.

La verità è che il problema, più che nei fondi, sta nella loro distribuzione: l'Onu non manda i propri funzionari dove ce n'è più bisogno. Per esempio, soltanto il quattro per cento dei profughi sono in Europa, ma il 22 per cento del personale è stanziato qui, in uffici relativamente comodi. Viceversa, l'Africa "produce" l'80 per cento dei rifugiati, ma soltanto il 55 per cento del personale dell'agenzia Onu lavora sul campo in quel continente disagiato.

"Tutti gli esperti di assistenza internazionale - accusa il Gao - spiegano invece che una presenza visibile di dirigenti in loco è il deterrente più efficace contro gli abusi". Anche l'Organizzazione non governativa Save the Children ha pubblicato questo mese un rapporto in cui chiede più sicurezza per donne e bambini nei campi profughi.

Per la verità, la sicurezza nell'Onu manca perfino attorno al Consiglio di sicurezza. Un fatto increscioso è infatti accaduto pochi giorni fa nel Palazzo di Vetro. Un episodio piccolo, ma incredibile proprio per essere avvenuto nella sede dell'Onu, e per di più negli stessi giorni in cui il mondo assisteva ai saccheggi nelle strade di Baghdad. "Non credevo ai miei occhi: una folla di persone si è impadronita di qualsiasi cosa capitasse sottomano, fino a lasciare la sala completamente vuota", ha raccontato un testimone, non dall'Iraq ma dalla sede delle Nazioni Unite.

E' successo questo: la società Restaurant Associates ha perso la gara d'appalto per i cinque ristoranti, mense e bar interni dell'Onu che gestiva da 17 anni. Nell'ultimo giorno di servizio prima del subentro della nuova società il sindacato ha proclamato uno sciopero "selvaggio", per la mancata corresponsione dell'indennità di licenziamento ad alcuni dipendenti. Così a mezzogiorno, improvvisamente, tutto il personale dei ristoranti ha smesso di lavorare. Il segretario generale Kofi Annan aveva già convocato per l'una in una sala privata un pranzo di lavoro con i 15 membri del Consiglio di sicurezza, che ha quindi dovuto svolgersi a self service, senza camerieri (solo alcuni si sono offerti, per pura cortesia, di servire il caffè).

Sparite anche le suppellettili e l'argenteria

Frattanto la grande "cafeteria", che serve 5 mila pasti al giorno al personale Onu, era rimasta incustodita. E si è verificata una razzia colossale: tutti si sono serviti gratis delle porzioni del giorno (polli, insalate, tacchini, soufflé), ma sono sparite anche tutte le suppellettili, fra cui vassoi e posate d'argento. Stesse scene allo snack-bar "Viennese cafè", nel centro conferenze e nell'elegante sala da pranzo dei delegati, proprio accanto a quella dove Kofi stava mangiando.

Poi ai saccheggiatori è venuta sete. Perché non servirsi gratis al bar? Lì è stato beccato un diplomatico statunitense che, alla domanda su quanto avesse bevuto, ha risposto: "Non so, ho smesso di contare le bottiglie". Un rappresentante della nuova ditta appaltatrice, Aramark, ha valutato in 9 mila dollari il valore dei furti nella sola cafeteria, argenti esclusi. Molti frigobar privati negli uffici del palazzo, invece, rigurgitano. I guardiani Onu che avrebbero dovuto sorvegliare le sale si sono comportati come i Caschi blu in questi giorni nel Congo, o nel '95 a Srebrenica: inerti.

Mauro Suttora

Monday, May 19, 2003

On the Trail of Il Duce

Newsweek

May 19, 2003, Atlantic Edition

Letter From America: On the Trail of Il Duce

By Mauro Suttora

I had come to Phoenix, among the Arizona saguaros and 6,000 miles from home, to look for one of my country's best-kept secrets. And here he is, watering the flowers outside his motor home, a tall and handsome man of 61, living on unemployment benefits. He greets me with a sad smile full of dignity. Ferdinando Petacci is the last living heir of Clara Petacci, who in April 1945 chose to be shot together with her lover, Benito Mussolini, the Italian dictator. Their corpses were then hung upside down in a Milan square.

In Italy, only Gypsies live in motor homes. But in America, going on the road, losing oneself, is commonplace. This man could be a millionaire, if the Italian government gave him back his aunt's diaries and the thousands of letters Mussolini sent her during their 12-year romance. Long ago the minders of state secrets told him he could have them in 50 years. Then in 1995 they invented a new law that would keep them out of his (and the public's) hands until 2015. He wonders, "Why are they so afraid?"

Ferdinando was just 3, fleeing with all his family in an Alfa Romeo along Lake Como, when the communist partisans caught them. His father, one of Mussolini's entourage, was executed on the spot, along with his aunt who asked to share Il Duce's fate. His mother was raped for days on end; his older brother never overcame the shock and died young. Ferdinando himself made a brilliant career as an executive in a French multinational in Europe and South America. He moved to the United States with his sons, divorced, set up a catering service in California, then slipped onto a downward path. He lost his last job in a restaurant in Colorado a few months ago.

Ferdinando's trailer is equipped with computer, phone, fax, e-mail. He is in constant contact with his Italian lawyer. Aunt Clara became Mussolini's political confidante during his last years, he explains. Many historians believe that his letters and her diary could contain proof of the contacts between the fascist dictator and Winston Churchill in 1944. The British prime minister allegedly tried to persuade Mussolini to accept a separate peace, in exchange for a truce on the southern front, and even to encourage Hitler to throw all his forces against the Russians.

Fantasies from a dead-end place in the American desert? Perhaps not. Ferdinando shows me a documentary by the History Channel, outlining this very hypothesis. Another suggests that Il Duce, leaving Milan hours before the Americans arrived, took with him in a leather bag the documents proving his contacts with Churchill. Apparently he thought they might save his life. On the contrary, Ferdinando tells me, they may have condemned him to immediate death instead of a public trial. Some historians speculate that he was shot in haste by British agents to neutralize his last blackmail. And Clara Petacci was executed because she knew, too.

My head is spinning. It' s too hot in this motor home. I go back to my hotel, past the luxurious Scottsdale golf courses, and spend the night reading two or three history books, as thrilling as spy stories. I learn that Churchill went for holidays in the summer of 1945 to... guess where? Lake Como. To paint, of course. But was he also looking for a leather bag?

Not long ago, news arrived from Italy. The government at long last had decided to release the first year of the secret Petacci papers. But lo, they could not be found. The director of the state archives blamed theft. Poor Ferdinando. Maybe he had better find a job, sell the motor home, settle down. Perhaps in Las Vegas. The infamous Alfa Romeo has wound up in a casino there.

Copyright 2003 Newsweek

Saturday, May 10, 2003

Paolo Mieli sull'Onu

Corriere della Sera, 10 maggio 2003

Boutros-Ghali e la democratizzazione dell' Onu

LETTERE AL CORRIERE
risponde Paolo Mieli

È trascorso un mese dalla vittoria degli americani a Bagdad e sono reduce dalla lettura sul Corriere degli ottimi servizi di Francesco Battistini e Guido Olimpio dedicati alla ricorrenza. Olimpio scrive che al momento gli Usa hanno rimesso in piedi il ministero del Petrolio, cercano di riattivare quello degli Esteri e puntano a ristabilire l' ordine con la polizia locale; stanno tornando a galla - come si temeva - i famigerati dirigenti del partito Baath e il generale Jay Garner, che pure ha indicato i cinque gruppi iracheni con i requisiti per formare il governo provvisorio, si è trovato di fatto commissariato dalla nomina di Paul Bremer a capo della amministrazione civile. Ma dove è finita l'Onu?

Emilio Galli Milano

Caro signor Galli,
ho scritto più volte che, secondo me, per un' infinità di motivi le Nazioni Unite dovrebbero avere un ruolo più che importante nella ricostruzione democratica dell' Iraq. Anche per questo ho fatto un salto sulla sedia quando ho letto che Richard Perle, autorevole membro del Defense Policy Board dell' Amministrazione Bush, ha scritto sul Guardian: «Ringraziamo Dio per la morte delle Nazioni Unite». Una battuta di cattivo gusto.
Però in tutta franchezza devo aggiungere che mi aspetto che l' Onu faccia dei passi che segnalino una discontinuità dal passato e un suo essere all' altezza dei compiti che le persone come lei e me vorrebbero vederle attribuite. Che tipo di discontinuità?

In una serie di articoli requisitoria contro l' Onu pubblicati sul Foglio, Mauro Suttora è tornato sulla «criminale omissione di intervento nel 1995 dei soldati Onu che provocò - fra le altre - la strage di Srebrenica, settemila morti» per sottolineare il fatto che «un governo è caduto in Olanda per le responsabilità di un comandante olandese nella città della ex Jugoslavia, ma nessun dirigente Onu ha avuto problemi con la propria carriera». È un fatto, purtroppo.

Così come è un fatto che «funzionari per l' Alto commissariato Onu per i diritti umani a Sarajevo - prosegue Suttora - furono coinvolti nel traffico di donne (anche minorenni) fatte prostituire contro la loro volontà e l' imbarazzante episodio venne salomonicamente risolto rispedendo a casa sia gli accusati, sia gli accusatori». A Nairobi c' è stata un po' più di giustizia: quattro funzionari della Commissione Onu per i rifugiati sono stati arrestati per aver organizzato una sorta di programma «Sex for food»; nei campi africani dove erano raccolti i fuggiaschi dalle stragi in Ruanda - avvenute sotto l' occhio distratto delle Nazioni Unite - donne e bambine erano costrette a offrire prestazioni sessuali in cambio della loro razione di cibo. Sì, l' Onu purtroppo è stata anche questo.

C'è poi un problema di rappresentatività. Sergio Romano ha denunciato di recente su queste colonne come sia assurdo che il voto dell' India valga come quello di Malta, che il Brasile pesi come una qualsiasi isola dei Caraibi e l' arma del veto resti quasi per diritto divino «nelle mani di cinque Paesi che vinsero la guerra, sessant' anni fa, con un' alleanza di cui constatammo rapidamente la fragilità». E ha proposto di introdurre il criterio delle maggioranze ponderate che tengano conto - per ogni Paese - del peso demografico, del prodotto interno lordo, dell' impegno assistenziale per i Paesi poveri, del livello culturale e scientifico, della quota di partecipazione al commercio mondiale. Sono del tutto d' accordo.

Mi limiterei ad aggiungere tra ciò che dovrebbe rientrare nella valutazione il «tasso di democrazia», cioè di libertà di espressione, culto, organizzazione politica, voto così da invogliare le leadership dei Paesi del Terzo mondo ad «acquisire punti» offrendo garanzie e tutele ai loro popoli.

L' ottantenne Boutros Boutros-Ghali, egiziano, segretario generale dell' Onu nei primi anni Novanta, ha testé ripreso in mano una battaglia che iniziò nel ' 92 per un vincolo più stretto tra Nazioni Unite e il concetto di democrazia. Ecco, mi piacerebbe che il suo successore Kofi Annan gli desse ascolto.

Paolo Mieli

Botte da radicali

Il segretario Olivier Dupuis se ne va

"Botte da radicali, un partito eccessivo nel bene e pure nelle liti"

Il Foglio, 10 maggio 2003

di Mauro Suttora

Anche in questi giorni, come sempre, i radicali stanno facendo un sacco di cose affascinanti. Emma Bonino entusiasma le donne yemenite che è andata a difendere, e scrive bei reportages per il Corsera. Marco Pannella incontra il governatore dell'Illinois che ha graziato 167 condannati a morte e incassa il sÏ del governo Berlusconi alla moratoria sulla pena capitale all'Onu. A Torino i due consiglieri regionali, Carmelo Palma e Bruno Mellano, presentano con il segretario del partito Olivier Dupuis un piano per la pace in Cecenia firmato da André Glucksmann, Daniel Cohn-Bendit e Elena Bonner Sacharov.

La presidente del partito Rita Bernardini passa la notte con agli extracomunitari davanti alla questura di Roma per capire le ragioni delle interminabili attese che vengono loro inflitte. L'eurodeputato Benedetto Della Vedova denuncia in un convegno che "la cultura degli enti privati diventa prefettizia". A Firenze Massimo Lensi presenta il suo libro sui diritti umani in Laos. A Bruxelles Marco Cappato si batte per la privacy nel mondo dei computer, e Maurizio Turco manda a Valéry Giscard d'Estaing le firme di 233 eurodeputati che chiedono laicità nella Costituzione Ue.

Da New York Marco Perduca denuncia che in Afghanistan la superficie coltivata a papavero per oppio è triplicata. Luca Coscioni convince Margherita Hack ad aderire alla sua associazione per la libertà scientifica, e 1.115 scienziati firmano l'appello per la clonazione terapeutica. Nei ritagli di tempo, poi, i radicali organizzano "maratone oratorie" per i dissidenti cubani, raccolgono firme per i montagnards vietnamiti, appoggiano i Falun gong cinesi e auspicano un'amministrazione Onu in Iraq.

Questa settimana, però, i militanti gandhiani hanno anche litigato fra loro. E non se la sono mandata a dire: come sempre, da perfetti libertari, hanno lavato i propri panni sporchi in pubblico. Sul loro sito internet, www.radicali.it, tutti possono seguire un gustoso psicodramma che surclassa Broadway.

Non capita tutti i giorni che il numero uno di un partito (il segretario "transnazionale" Dupuis) si dimetta sbattendo la porta, che il numero due (Daniele Capezzone, il segretario italiano) lo accusi di dire solo menzogne, e che il capo supremo lo tratti da oligofrenico. Dupuis scrive a Pannella una lettera di nove pagine per respingere "i tuoi tentativi di accreditare una lettura personale e psicologica (quando non psichiatrica) del mio disagio. E' escluso che la carica di segretario possa essere ricoperta da uno che tu consideri una via di mezzo fra un mascalzone e un mentitore recidivo".

I motivi della rottura? "Non ho la disponibilità delle risorse interne", lamenta Dupuis, "nessuna capacità effettiva di spesa, di gestire gli indirizzari, alcun effettivo potere. Ormai la mia carica serve solo per consentire a te di esercitare un controllo assoluto e irresponsabile. Non accetto di dovere rispondere io di quanto fai tu. Conosco la ferocia di cui puoi essere capace. Sei "dominus" di una organizzazione carismatica. La tua gestione della 'campagna Iraq' è stata segnata dall'esclusione di ogni momento di reale dibattito politico, e da un ricorso costante e parossistico all'imputazione di responsabilit‡ tecnico-organizzative. Si è parlato più di mailing che di scelte politiche, più di "volumi" che del significato di questa iniziativa".
E sulla Cecenia: "Falla tu una proposta che non serva solo a passare sul Tg1 e a esibire Umar Khambiev (ministro del governo ceceno in esilio iscritto al Pr, ndr) come una madonna pellegrina nella prossima campagna elettorale".

Pannella ha risposto on line dopo appena mezz'ora: "La mia è una critica ferma del segretario nell'esercizio delle sue funzioni, mentre da parte di Olivier v'è una vera e propria eruzione di giudizi che riguardano - in modo toccante - la confessione di avermi conosciuto per quale effettivamente sarei solamente dopo 22 anni di sua presenza nel Pr, otto di sua massima responsabilità politica, e sette da europarlamentare".

Un altro motivo di dissidio fra i radicali - ma questo tutto ideologico - riguarda la recente infatuazione di Capezzone nei confronti dei neo-con statunitensi. Da vent'anni Pannella e Bonino predicano il diritto di ingerenza umanitario e "democratico" contro le dittature, ma molti dirigenti storcono il naso nei confronti di quello che giudicano un eccessivo appiattimento sulle posizioni dell'amministrazione Bush, di pensatoi come l'American Enterprise Institute e di personaggi come Paul Wolfowitz.

Mauro Suttora

Wednesday, May 07, 2003

Onu/4: gli onusiani

Antropologia degli abitanti e autori di un labirinto

RITRATTO DEGLI INSTANCABILI FUNZIONARI DELLE NAZIONI UNITE, CHE DA 58 ANNI COSTRUISCONO GROVIGLI BUROCRATICI

di Mauro Suttora

Il Foglio, 7 maggio 2003

New York. Benvenuti fra gli onusiani. Non sono gli abitanti di un altro pianeta, bensì i rappresentanti di tutti gli Stati del nostro (pianeta), impegnati da 58 anni a realizzare un labirinto burocratico finora immaginato soltanto in letteratura, da Nikolaj Gogol’ a Franz Kafka, da George Orwell ad Aldous Huxley.

Già nel 1973 il IX Congresso internazionale delle Scienze antropologiche ed etnologiche a Oshkosh (Wisconsin) stabilì ufficialmente che una delle principali cause del mancato sviluppo del Terzo mondo è la burocrazia delle agenzie Onu. Verdetto imbarazzante, visto che nelle Nazioni Unite il 90 per cento delle risorse umane (oggi arrivate a 65 mila dipendenti fissi, più decine di migliaia di consulenti) e finanziarie (circa dieci miliardi di euro all’anno) sono destinate proprio al Terzo mondo.

Da allora le cose non sono migliorate. La crescita dell’Onu è stata impetuosa e inarrestabile: nel 1946 le sue agenzie erano tre (Fao, Unesco e Oil, l’Organizzazione internazionale del lavoro), oggi sono 27. Per raccapezzarsi, nel 2001 è nato un comitato di coordinamento, l’United Nations System Chief Executives Board (Ceb), assistito a sua volta da due altri comitati l’High Level Committee on Programmes (Hlcp) e l’High Level Committee on Management (Hlcm).

Tuttavia, chi vuole esaminare scientificamente la struttura delle Nazioni Unite si trova di fronte a grosse difficoltà “Nonostante la proliferazione di organismi e conferenze”, spiegano David Pitt e Thomas Weiss, curatori del libro “The nature of UN bureaucracies” (ed. Croom Helm, Londra), gli archivi interni Onu sono chiusi agli studiosi, i dipendenti e anche gli ex hanno l’obbligo di riservatezza, i consulenti non parlano perché sono ricattabili”.

Johann Galtung, già rettore dell’università dell’Onu a Tokyo, spiega qual è l’ethos, la cultura che sta alla base dell’organizzazione: “Vengono prodotte a volte ricerche eccellenti per esempio, gli studi epidemiologici dell’Oms o quelli sulla storia mondiale dell’Unesco. Ma l’approccio dell’Onu è necessariamente ‘statocratico’, mentre gran parte della vita del mondo sta fuori dagli Stati. Le Nazioni Unite si comportano come un sindacato di governi è sacrilego che un dirigente Onu critichi uno Stato con nome e cognome, soprattutto il proprio, ed è impossibile che lo faccia se si tratta di uno Stato privo di libertà politiche. Così, data la ricchezza di sapere ed esperienza accumulata da molti funzionari, prevale una frustrazione diffusa che si supera soltanto quando un organismo è guidato da un personaggio capace di muoversi al di là dei governi”.

Questo capita durante rari periodi di grazia ma anche di conflitto, come quelli della irlandese Mary Robinson commissaria per i Diritti umani o del volitivo francese Bernard Kouchner in Kosovo. Eccezioni decisioniste presto riassorbite dal grigiore del funzionariato basta scorrere la lista degli attuali capi delle 27 agenzie e programmi Onu per notare la mancanza di personalità politiche di rilievo, con l’eccezione del placido ex premier olandese Ruud Lubbers commissario per i Profughi, e della diafana norvegese Gro Harlem Brundtland all’Oms.

“I dirigenti Onu – accusa Galtung – si guardano bene dall’esercitare una qualsiasi leadership. Preferiscono adagiarsi in una routine di mediatori che cercano di galleggiare alleviando tensioni, e vengono ottimamente ricompensati per questo io, ad esempio, guadagnavo il triplo del premier del mio paese, la Norvegia. In più, i capi Onu godono di prerogative prenapoleoniche, quasi feudali comando assoluto sullo staff che lavora e pubblica documenti a loro nome, organizzazione verticale, contesto autoritario… Ai dipendenti Onu non è neppure permesso ricorrere ai tribunali per le cause di lavoro. In caso di doglianze esiste un foro interno che sembra funzionare più per gentile grazia che tramite regole di diritto”.

La sociologia interna delle Nazioni Unite tratteggiata da Galtung è spietata: “Il funzionario medio è il cosiddetto Mamu Middle Aged Man University educated. A 60 anni scatta inesorabile la pensione. Cosicché quando qualche agenzia Onu proclama l’Anno o il Decennio dell’Anziano, del Giovane o della Donna, si tratta veramente di un’esperienza esotica per l’apparato, composto per lo più da cinquantenni con le idee di trent’anni fa. I capi desiderano solo sopravvivere per essere confermati alla scadenza del mandato. Nelle lotte interne per la carriera hanno cinque scelte: giocare i governi contro il segretario generale, oppure un governo forte contro i piccoli, oppure molti piccoli contro un grande minacciando di togliere voti, oppure appoggiarsi alle Ong, le Organizzazioni non governative, oppure allearsi col segretario generale.
Le tre ultime manovre vanno effettuate congiuntamente, pena l’inutilità. Per soddisfare ogni appetito si frammentano le competenze e si moltiplicano gli organismi nelle Nazioni Unite non soltanto una mano non sa cosa fa l’altra, ma neppure un dito cosa fa l’altro dito. Ecco quindi innumerevoli riunioni di ‘coordinamento’, il passatempo preferito dei burocrati. Ma raramente uno di loro legge qualche studio che ha commissionato i documenti servono soltanto come incentivi per ulteriori documenti, sono sempre ‘esploratori’, per non esaurire la possibilità di confezionarne altri”.

Per evitare la leggendaria accidia dei dipendenti a tempo indeterminato (ma anche per vantare riduzioni di staff nelle proprie statistiche ufficiali), l’Onu ricorre sempre di più ad assunzioni temporanee. Il risultato è che tutti, per farsi rinnovare il contratto, si conformano al presunto volere del capo. Rimangono memorabili certi rapporti spediti dal Kosovo a New York, che quasi non menzionavano i guerriglieri albanesi del Kla diventati i reali padroni del territorio.

Precari o stabili, i ranghi si allargano comunque a un certo punto nei villaggi Ujama della Tanzania si contavano più ricercatori delle Nazioni Unite che abitanti. E si allungano i titoli dei seminari. Il record, segnalato da Geoffrey Steves sul giornale canadese Globe and Mail, appartiene all’“United Nations Seminar on the Existing Unjust International Economic Order of the Economics of the Developing Countries and the Obstacle that this represents for the Implementation of Human Rights and Fundamental Freedoms”, tenuto negli anni Ottanta dopo una trattativa serrata su ogni singola parola.

Il problema è che fino al crollo del comunismo il gioco era semplice e ovvio dentro l’Onu Stati Uniti e Unione Sovietica si fronteggiavano, e i non allineati propendevano più per l’orbita sovietica che per il mondo libero. Ma oggi, se è inevitabile che tutti i membri dell’Onu siano Stati, non è detto che tutti gli Stati ne debbano essere membri. L’Oas (Organizzazione degli Stati americani) dal 1962 ha sospeso Cuba, in quanto dittatura. L’Avana partecipa alle riunioni, ma senza diritto di voto. “Le Nazioni Unite, invece, sono la nuova Bisanzio”, denuncia il professor Pitt, già dirigente e consulente Onu, Oms, Fao, Unesco e Oil. “La disillusione nei confronti del multilateralismo è ampia anche nel Terzo mondo, non soltanto a Washington. E infatti molti paesi preferiscono gli aiuti bilaterali. Quanto agli Stati Uniti, provano ora la stessa sensazione ben descritta da Lord Robert Cecil, ministro britannico, Nobel della Pace nel 1937, che pure era un grande sostenitore della Società delle Nazioni Ginevra è uno strano posto dove funziona una nuova macchina che permette ad alcuni stranieri di influenzare e perfino controllare la nostra azione internazionale’”.

Se poi questi stranieri si rivelano fallimentari quando si occupano dei loro due compiti principali, pace e sviluppo, la nuova superburocrazia perde le qualità descritte da Max Weber e assume invece le sembianze di una patologia sociale alla Robert Merton. Nel Palazzo di Vetro a New York e in quello della Pace a Ginevra ogni documento dev’essere approvato da dieci o più persone. Qualche centesimo in più di tariffa postale dev’essere autorizzato a livello di direttore generale. In compenso, le Nazioni Unite si autoinvestono di poteri quasi biblici (“sradicare la fame, le malattie, l’analfabetismo”) e orizzonti d’oro (“entro cinque anni, dieci, venti”).

Di solito, dopo aver stabilito scintillanti traguardi, tutto si riduce a un costosissimo e affollatissimo congresso in qualche località pittoresca tipo Alma Ata, Rio o Durban, dove vengono annunciati ulteriori euforici obiettivi. Peccato che i dati Onu siano a volte selvaggiamente sbagliati: in un rapporto dell’Unep (United Nations Environmental Program) la stima sul legno usato come combustibile nell’Himalaya varia di un fattore 67. “Il grave di queste mitologie”, ironizza Pitt, “non è che siano false o sospette, ma che vengano così ampiamente accettate”.
Un esempio? La cantilena no global sui miliardi di persone che sarebbero “costrette a sopravvivere con un solo dollaro al giorno”. Senza specificare che in parecchie zone rurali del Terzo mondo un dollaro al giorno permette di vivere decentemente.

Vivono ottimamente, in ogni caso, i funzionari Onu. “Un mediocre tecnico indiano, che potrebbe essere utile per le sue competenze qui da noi”, spiega Hari Mohan Mathur, antropologo di Jaipur, “viene assunto dall’Onu e spedito in Sierra Leone a guadagnare uno stipendio dieci volte superiore a quello che prenderebbe a casa sua, per un lavoro che esegue male. Contemporaneamente, un ‘esperto’ Onu della Sierra Leone viene mandato in India. Risultato: si sviluppano soltanto i salari di questi due signori. Inoltre, i loro alti livelli di vita li alienano completamente dalle società in cui lavorano e, se provengono dal Terzo mondo, anche da casa propria non ci vorranno mai più tornare. Diventano come fiori senza radici che appassiscono. La soluzione? Abolire le quote nazionali nelle assunzioni Onu, e organizzare corsi e concorsi locali, basati sul merito. Con lo stipendio pagato a un esperto Onu, ne possiamo assumere trenta indiani”.
Mauro Suttora
(4. continua)

Tuesday, April 29, 2003

Onu/3: disastro Kosovo

Il fallimento delle Nazioni Unite in Kosovo, e i motivi per cui non se ne vogliono andare

Il Foglio, 29 aprile 2003

New York. Molti vorrebbero che l’Onu amministrasse l’Iraq. Ma qual è il bilancio della missione di peacekeeping (“mantenimento della pace”) delle Nazioni Unite in Kosovo?

“Poveri iracheni, se l’Onu arriverà anche da loro”, commenta Beqe Cufaj, 33 anni, giornalista e scrittore kosovaro. Dopo quattro anni di protettorato Onu, infatti, il Kosovo ha ancora l’economia a pezzi. Anzi, con la diminuzione degli aiuti internazionali la situazione sta peggiorando. Ogni giorno l’elettricità manca per ore, anche se le centrali elettriche kosovare non erano state bombardate dalla Nato quattro anni fa. “Prima esportavamo la nostra energia elettrica in Macedonia e Grecia, ora siamo al buio”, ha denunciato il 23 aprile Nexhat Daci, presidente del Parlamento.

Finora l’amministrazione delle Nazioni Unite ha speso nove miliardi di euro per ricostruire il Kosovo. Ma molti soldi sono finiti nel nulla sta per iniziare il processo contro Joseph Trutschler, un tedesco 36enne nominato presidente della società elettrica kosovara, accusato per tangenti da quattro milioni e mezzo di euro.

A capo della missione Unmik (United Nations Mission Kosovo) c’è da un anno il 53enne tedesco Michael Steiner, un diplomatico succeduto all’altrettanto opaco danese Hans Haekkerup, che resistette solo pochi mesi. Prima di loro si era misurato con il Kosovo il francese Bernard Kouchner.

Questo turbinio di capi si aggiunge a quello delle sigle. L’Onu ha infatti delegato alla Ue la ricostruzione e lo sviluppo economico, mentre il compito di riorganizzare la vita politica è stato subappaltato all’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), ente dalla dubbia utilità con sede a Vienna è un’ossificazione della Conferenza di Helsinki del 1975, sopravvissuto alla fine del loro la guerra fredda.

L’Osce ha in qualche modo portato a termine il suo compito, con i suoi 1.500 dipendenti ha organizzato le elezioni locali e poi le politiche nel 2001, che hanno eletto presidente Ibrahim Rugova. Presidente di che cosa, però, non si sa bene, perché lo status del Kosovo è ancora tutto da decifrare in teoria fa ancora parte della federazione Serbia-Montenegro, ma nella realtà è ormai indipendente. Resta la questione della minoranza serba nella zona settentrionale di Mitrovica, bubbone che l’Onu si guarda bene dall’affrontare.

Nella vita quotidiana, le Nazioni Unite gestiscono direttamente polizia, giustizia e amministrazione civile. Ma nessuno osa fare più previsioni sulla durata del mandato Onu. Il partito di Rugova continua a litigare con quello del rivale Hashim Thaci, e non si sa che cosa succederebbe se partissero i 30 mila soldati Nato (fra i quali settemila statunitensi e quattromila italiani) e i 4.389 poliziotti Onu ancora stanziati in Kosovo.

La composizione della polizia è esoticissima: fra gli altri, ci sono 84 agenti del Bangladesh, 500 indiani, 426 giordani, 16 senegalesi, 124 polacchi, 62 filippini, quattro kirghisi, cinque vengono addirittura dall’isola di Mauritius e ben 34 dalle isole Figi. Gli italiani sono 58. Un unico belga. Insomma, un vero e proprio Palazzo di Vetro trasferito sul campo.

Gli indiani sembrano andare d’accordo con i 182 pakistani. L’arruolamento, visti gli stipendi, è particolarmente attraente per i poliziotti del terzo mondo. I 522 statunitensi e gli altri europei occidentali, invece, provengono soprattutto dalla pensione. In che lingua riescano a comunicare fra di loro, non è dato sapere. Quanto alla loro efficacia, le rudi bande del leggendario crimine organizzato balcanico e i contrabbandieri albanesi sembrano abbastanza soddisfatti dell’attuale situazione.

Nel suo ultimo rapporto del 14 aprile, fatto proprio da Kofi Annan, il povero Steiner ammette che nei primi tre mesi del 2003 la criminalità è aumentata difficile parlare di Stato di diritto, gli assalti con granate contro la polizia sono all’ordine del giorno anche a Pec, nel settore in teoria sotto il controllo italiano. Nei 57 nuovi tribunali si è già accumulato un arretrato di 13 mila cause civili e 11 mila penali. Anche perché ogni documento dev’essere tradotto in quattro lingue inglese, albanese, serbo e turco. “Riusciamo a punire il 21 per cento dei reati contro la proprietà, una quota maggiore rispetto a molti paesi europei”, si consola l’Onu.

L’arresto di alcuni membri del Kla (Esercito di liberazione del Kosovo) da parte del Tribunale dell’Aia ha provocato nelle settimane scorse dimostrazioni di protesta in tutto il paese. Il partito di Thaci è un’emanazione del Kla, e tuttora il vero potere locale resta nelle mani dei suoi uomini, armati. Il partito di Rugova si oppone al disegno di Thaci di far arruolare in blocco gli ex partigiani del Kla nell’esercito regolare kosovaro e nella polizia. Così non c’è verso di far decollare un esercito accettato da tutti.

Gli ex guerriglieri continuano a controllare 59 caserme e postazioni, contro un piano quinquennale che si proponeva di ridurle a 27. Quanto al sogno di un “esercito multietnico” coltivato dalle ingenue Nazioni Unite, non se ne vedrà mai l’ombra a nessun serbo passa per la testa di arruolarsi nelle forze armate dei nemici.

Naturalmente anche il Kosovo, come ogni area di crisi umanitaria, ha subìto un’invasione da parte delle Ong (Organizzazioni non governative) se ne sono registrate ben 2.292, di cui 381 straniere. Tutte alla costante ricerca di fondi – per lo più pubblici – con i quali far funzionare il proprio apparato. Intanto l’Onu, invece di esercitare una salubre autocritica sui suoi fallimenti, se la prende con i giornalisti locali sono stati comminati 51 mila euro di multa ai giornali che hanno pubblicato articoli sgraditi (“Titoli infiammatori e sensazionalisti”, accusa la censura del Minculpop onusiano, e speriamo che la sua giurisdizione non si estenda anche al Foglio…).

L’economia kosovara non si risolleva. L’amministrazione Onu-Ue, invece di favorire una rapida privatizzazione che valorizzi l’innato spirito d’iniziativa individuale della gente locale, mette i bastoni fra le ruote finora ha privatizzato solo sei aziende sulle 480 lasciate in eredità dal comunismo jugoslavo. “I burocrati internazionali sono rimasti gli ultimi nostalgici dell’economia pianificata”, accusa il giornale di Pristina Koha Ditore.

La principale preoccupazione dell’Onu sembra quella di garantire la non discriminazione della minoranza serba, invece di affrontare alla radice un problema insolubile e proporre uno scambio territoriale alla Serbia è evidente, infatti, che la provincia di Mitrovica non ne vuole sapere di rimanere in un Kosovo dominato dagli albanesi. I serbi rifiutano perfino le nuove targhe automobilistiche kosovare preferiscono tenere quelle vecchie con la stella rossa, che permettono loro di viaggiare liberamente in Serbia (oltre che di risparmiare sull’assicurazione).

Per tutti gli anni Novanta i kosovari perseguitati da Slobodan Milosevic avevano sviluppato una rete di resistenza clandestina formata da istituzioni parallele scuole e università in lingua albanese, ambulatori, servizi di assistenza. Ora i serbi kosovari si vendicano, e praticano a loro volta il boicottaggio delle istituzioni ufficiali. L’Onu deve così tollerare uffici serbi in teoria vietati dalla risoluzione 1244 del 1999 che pose fine al conflitto, con dodici impiegati delle Poste nel paese di Kamenica i quali prendono ancora lo stipendio dalla Serbia, e altri dipendenti pubblici di uffici di collocamento e dell’anagrafe che continuano imperterriti a obbedire a Belgrado invece che a Pristina.

Quanto ai politici kosovari, rifiutano tuttora ogni contatto diretto con il governo serbo. Il presidente del Parlamento kosovaro Daci è durissimo: “L’Onu vorrebbe restare qui ancora per un secolo. Perché dovrebbero andarsene? Prendono stipendi molto più alti che nei loro paesi, le nostre donne sono belle e abbiamo i migliori ristoranti della regione. All’Occidente avevamo chiesto professionisti, e invece loro ci hanno mandato politici e burocrati del diciannovesimo secolo. Non vogliamo che l’Onu se ne vada domani, ma che acceleri il trasferimento delle competenze e riduca drasticamente il suo staff. Dicono che i nostri politici litigano fra di loro? E ci mancherebbe altro non è proprio questa, la democrazia?"

Continua Daci: "Non abbiamo bisogno né di zar né di dei calati dall’esterno. E che i diecimila dipendenti Onu in Kosovo la smettano di spedire a New York rapporti falsi, per farsi belli. Abbiamo bisogno soltanto di poche centinaia di esperti tecnici, non di decine di migliaia di funzionari il cui unico contributo alla nostra economia è quello di drogarla ormai il trenta per cento delle nostre entrate dipende dagli aiuti internazionali. Il mio stipendio è inferiore a quello di una qualsiasi donna delle pulizie pagata dall’Onu per lavorare nei suoi uffici di Pristina. E i giovani assunti come traduttori dalle Nazioni Unite guadagnano 750 dollari al mese, mentre un professore universitario ne prende cento”.
(3. continua)
Mauro Suttora

Tuesday, April 22, 2003

Onu/2: disastro Unesco

L’Unesco colleziona critiche, sprechi e quintali di carta griffata Onu. Tornano gli Stati Uniti. Basterà?

Il Foglio, 22 aprile 2003

di Mauro Suttora

New York. Tutto merito di Laura Bush, moglie di George W. Ex maestra elementare e bibliotecaria, ha convinto il presidente, contro l’opinione di tutti i neoconservative, a far rientrare gli Stati Uniti nell’Unesco (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organisation), dopo ben 18 anni di polemicissimo autoesilio. E così, nel discorso del 12 settembre 2002 all’Onu, passato alla storia per l’annuncio della nuova strategia della guerra preventiva, Bush ha anche promesso che gli Stati Uniti torneranno dall’ottobre 2003 nell’organismo che ha sede a Parigi.

La pace Stati Uniti-Unesco è stata ufficializzata il 13 febbraio scorso, con una cena solenne nella Public Library di New York il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, ha nominato la signora Bush ambasciatrice onoraria per il Decennio dell’Alfabetizzazione. Non che sia un grande onore gli ambasciatori Unesco sono ben 37, e si va da Giancarlo Elia Valori a Pelè, da Claudia Cardinale a Pierre Cardin, da Catherine Deneuve a Renzo Piano. Ma la signora Bush è contenta, anche perché appena arrivata alla Casa Bianca aveva lanciato pure lei un suo programma “Ready to Read, Ready to Learn” (“Pronti a leggere, pronti a imparare”, peccato che traducendo si perda il gioco di parole).

Nel 1984 Ronald Reagan e l’anno dopo Margaret Thatcher fecero uscire Stati Uniti e Gran Bretagna dall’Unesco. Anche Singapore se ne andò. Gli inglesi sono rientrati nel ’97. E ora, in barba a tutte le accuse di unilateralismo, pure gli Stati Uniti tornano. E’ singolare che la mossa venga attuata da un’Amministrazione repubblicana. Ma l’apertura durante gli anni di Bill Clinton era resa impossibile dalle perduranti malversazioni “L’Unesco ha ancora troppi problemi”, sentenziò la segretaria di Stato, Madeleine Albright, nel ’97.

L’Unesco è l’agenzia Onu che ha ricevuto più critiche durante i suoi 57 anni di vita. Il nuovo direttore generale giapponese Koichiro Matsuura, 66 anni, subentrato nel ’99 alle sciagurate gestioni del senegalese Amadou-Mahtar M’Bow e dello spagnolo Federico Mayor, sostiene di essere riuscito a dimezzarne l’esorbitante staff dirigenziale. “In realtà, confrontando il bilancio 2003 con quello del ’99, si legge che i dirigenti sono calati appena da 110 a 103. E che i 782 alti funzionari in carica cinque anni fa si sono ridotti soltanto di 40 unità”, avverte Brett Schaefer della Heritage Foundation, acerrimo avversario dell’Unesco.

Matsuura getta la croce su Mayor: “Ho ereditato un’organizzazione in pessime condizioni. In termini di management, era molto peggio di ciò che mi aspettavo. Il mio predecessore si era circondato di una trentina di consiglieri personali, cinque dei quali molto potenti. Spacciati per consulenti, in realtà avevano più potere dei vicedirettori generali. Erano totalmente fedeli al direttore generale, ma non necessariamente all’organizzazione”. Matsuura li ha confinati in cantina, aspettando che scadessero i loro contratti annuali.

Ma anche i dirigenti si erano moltiplicati vergognosamente: 200, quasi il doppio rispetto all’organico ufficiale (e questo spiega la discrepanza rilevata da Schaefer), molti dei quali nominati per raccomandazione politica, senza concorso. “Ai 20 di loro che erano stati promossi all’ultimo minuto ho annullato la promozione”, dice il tremendo giapponese, “agli altri ho dato incentivi per andarsene”.

L’Unesco spende 272 milioni di dollari all’anno. I dipendenti a tempo pieno, che erano 400 nel ’60, oggi sono quasi 2 mila. Ma la vera greppia sono consulenze (spesso agli ex dirigenti, che vanno in pensione a 60 anni) e contratti a termine. Il 60 per cento del bilancio finisce in stipendi, in alcuni casi la percentuale dei costi di struttura ha raggiunto l’80 per cento.

Tre anni fa Matsuura ha dovuto affrontare perfino uno sciopero della fame di dieci giorni da parte dei dirigenti che aveva retrocesso. E solo nel 2001 è riuscito a chiudere una rivista mensile che perdeva undici miliardi di lire all’anno un miliardo a numero. Il principale problema dell’Unesco è che la sede centrale sta in una città molto bella, per cui i dipendenti sul campo appena possono si fanno trasferire a Parigi. Così i tre quarti del personale ingrossano le fila di una burocrazia centrale esorbitante, superiore anche ai due terzi dei dipendenti Fao concentrati a Roma.

Ma americani e inglesi se n’erano andati per motivi politici, oltre che gestionali. Negli anni 80, infatti, l’Unione Sovietica e i suoi satelliti volevano colorare di rosso i programmi culturali ed educativi dell’organizzazione. Si vagheggiava un orwelliano “nuovo ordinamento mondiale dell’informazione e della comunicazione”, che avrebbe dovuto ufficializzare la censura dei media da parte delle dittature del Terzo mondo, con la scusa che giornali e tv del Primo mondo non sarebbero liberi in quanto in mano a poteri forti industriali e finanziari (ritornello familiare anche in Italia).

Alla fine il piano è finito nel cestino. Gli Stati Uniti, accettando di rientrare, si accolleranno 60 milioni di dollari annui che corrispondono al 22 per cento del bilancio. Le spese Unesco, dopo anni di vacche magre, potranno aumentare del 12 per cento. C’è stata battaglia, all’ultima riunione dell’Ufficio esecutivo di aprile i più rigorosi non avrebbero voluto allargare i cordoni della borsa. Alla fine, però, è prevalsa l’euforia per il ritorno degli odiati/amati americani.

Ma come mai l’Amministrazione Bush ha cambiato idea? “Gli Stati Uniti hanno bisogno anche dell’Unesco e dei suoi programmi educativi per controbilanciare le campagne di odio verso gli ideali occidentali che riescono a farsi strada solo se prevale l’ignoranza”, dicono le “colombe” del Congresso a Washington.

L’Unesco produce tonnellate di documenti che nessuno legge, e ha nostalgia dei piani quinquennali sovietici. Attualmente è in corso il Decennio dell’Alfabetizzazione, che si propone di dimezzare gli 861 milioni di analfabeti (che esattezza sospetta!) entro il 2013. Altri Decenni si intersecano fra loro, come quello per i Popoli indigeni (1995-2004) e quello per la Pace (2001-10). Vengono inoltre proclamate Giornate (proprio domani c’è quella “del libro e del diritto d’autore”), Settimane (dal 6 al 13 aprile si festeggiava l’Educazione per Tutti, che deve raggiungere i sei obiettivi stabiliti in un congresso a Dakar due anni fa), e il 2003 è l’Anno dell’Acqua Dolce.

L’Unesco tende a occuparsi di tutto: educazione familiare e della prima infanzia, strutture edilizie, introduzione ai computer, assistenza d’emergenza, programmi per donne in Africa, studi di specializzazione, insegnamento dell’“inclusione”, introduzione alla nonviolenza, corsi di sradicamento della povertà, istruzione secondaria, scuole elementari, scienza e tecnologia, bambini che lavorano o abbandonati in strada, scambi culturali con l’estero, sviluppo sostenibile, e chi più ne ha più ne metta.

“Mancanza di focus e mission”, direbbero gli esperti di marketing se si trattasse di un’impresa privata. Gran parte di questa programmazione disordinata e a pioggia, oltretutto, è un doppione rispetto a iniziative private o di altre agenzie Onu. Ma poiché lo scopo sottinteso dell’Unesco è quello di strappare schiere di sociologi e intellettuali alla disoccupazione, la sua missione può dirsi compiuta.
(2. continua)
Mauro Suttora

Friday, April 18, 2003

Answers in the Straits Times

The Straits Times (Singapore)

Is UN irrelevant?

April 18, 2003 Friday

MR MAURO Suttora ('The UN is the last thing the Iraqis need'; ST, April 16) sounds like an apologist for the United States action in Iraq.
He cited instances of the ineffectiveness of the United Nations, corruption and high salaries of its officials.
Even if those charges were true, his implicit proposition that the US is doing a better job is unacceptable. To use an analogy, just because democratic governments can become ineffective and corrupt does not mean that the concept of a democratic government is irrelevant. The alternative to a democratically elected government is dictatorship.

So whether it is an individual government or a world body, progress should be measured according to the implementation of democratic processes. Democracy encompasses as far as possible non-violent resolution of issues, consensus forging, will of the majority and respect for the minority and many more principles.
However, what has happened in Iraq shows that there is a retrogression of democracy in settling international issues.

If there are areas of weakness in the UN operations, member governments must suggest ways to tackle them. This is their responsibility to their own citizens and all citizens of the world.
It is not good enough if they are treating the UN principally as a forum for settling issues. They must look at how it is run at the bureaucratic level. The writer's accusations have certainly given us cause for concern.
Without an improved UN, big brother will likely usurp its role in policing the world. We can see how small the UN appears after the collapse of the regime in Iraq. If this trend continues, very soon more and more people will begin to believe the US is a better solution.

But that is depending on one nation to decide the fate of the world and the lives of citizens everywhere. This is going for a form of international dictatorship willingly. Do we want that to happen?
In any case, I see no serious fault in the current procedure used by the Security Council to approve military action on a member country. If the writer sees anything amiss with it, he should suggest better and democratic ways to improve it. He may also recommend any alternative global forum to settle international issues.

But in the end the alternative will more or less be similar in purpose and role. Why re-invent the wheel? Let's support the UN and urge member governments to treat it with more respect by improving its functions, checks and balances.
CHIA HERN KENG

NO
Depending on one nation to decide the fate of the world and the lives of citizens everywhere is going for a form of international dictatorship willingly. Do we want that to happen?
I see no serious fault in the current procedure used by the Security Council to approve military action on a member country. If the writer sees anything amiss with it, he should suggest better and democratic ways to improve it.
He may also recommend any alternative global forum to settle international issues.
But in the end the alternative will more or less be similar in purpose and role. Why re-invent the wheel?

YES
I AM pleased to finally see an honest and gutsy article ('The UN is the last thing the Iraqis need'; ST, April 16). Mr Mauro Suttora is right on the dot and if anyone disputes his report, they only have to look at the way Saddam Hussein and his regime have been living with the blessings of the United Nations' oil-for-food programme, while the Iraqi population lived in abject poverty.
The U in United Nations should read more like 'Useless' than anything else. I hope we have more articles like the above rather than the everyday wishy-washy ones that we see from AP, AFP, CNN and the gang. The credit goes to Newsweek and Mr Suttora.

WILMA ELIZABETH CHAI (MRS)

Wednesday, April 16, 2003

Iraq and the U.N.

THE LAST THING IRAQIS NEED

Newsweek, April 21, 2003

Keeping luxury hotels occupied is perhaps the main contribution of U.N. officials to the local economies they are unsuccessfully advising

by Mauro Suttora

Unfortunately, I am a lousy tennis player. Otherwise I would have had a great time in Sao Tome, a wonderful equatorial island off the Atlantic coast of Africa. My friend, a United Nations employee, played every day, early in the morning and at twilight, when the temperature was bearable. The tennis courts belonged to the only five-star hotel in the capital. The rest of the hot day, he retreated into the air-conditioned hotel, where he sometimes held meetings. I was the only 'normal' guest. All the others belonged to one U.N. agency or another, and I found this to be true for many of the luxury hotels in Africa. Keeping them occupied is perhaps the main contribution of U.N. officials to the local economies they are unsuccessfully advising.

I am amazed that as Saddam Hussein statues were toppled all over Iraq last week, all my fellow Europeans could talk about was the importance of U.N. rule in the country, and the danger of a long-term American occupation. They've got it backward. Wherever the United Nations goes, it tends to stay forever, and to perpetuate problems. It's been in Bosnia for eight years now, in Kosovo and East Timor for four, in the Palestinian territories since '48. In Gaza the U.N. agency running the refugee camps is the main purveyor of jobs. I am a refugee's son myself: my father fled the territories that Italy lost to Yugoslavia in 1945. After a few months all 350,000 refugees had found jobs, houses, new lives. There was no U.N. presence, which was perhaps their good fortune.

Today there is no sign that the United Nations will leave Bosnia or Kosovo. No solution for Cyprus after almost 30 years. Nevertheless, 'U.N.' has become a magic phrase, the last redoubt for pacifists. Even my paper - the largest Italian weekly, normally quiet and middle-of-the-road - has turned pacifist: for Christmas it published an article by a Catholic bishop against the war, and as counterbalance an article by a former communist against the war.

I was once a pacifist demonstrator myself, fighting the placement of U.S. nuclear cruise missiles in Sicily. But now I don't mind anybody getting rid of Saddam, by any means necessary. We Italians should know: Rome invented the word 'dictator', the first modern dictator was Italian (Adolf Hitler was a pupil of Benito Mussolini) and even Silvio Berlusconi, our current premier, has been called by his adversaries the model of the postmodern media dictator. Nevertheless, Europeans don't care anymore about dictators (or freedom). They rave about peace. They crave the United Nations.

Now, pardon my bluntness, but why should we condemn the poor Iraqis to be governed by lazy and incompetent bureaucrats? It's no secret that the United Nations has more tolerance than most for petty despots: Libya currently holds the presidency of the U.N. Human Rights Commission. The U.N. bureaucracy is a Gogolian monster with 65,000 employees and a budget of $2.6 billion a year. For each problem the United Nations has set up a special agency, and this week in Vienna the UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime - the longer the name, the more wasteful the body) is discussing how the war on drugs is going. It's a disaster, actually: halfway through a 10-year effort to eradicate drug cultivation, production has soared. Is the agency closing down because of this failure? No, it's asking for new funds.

The system is corrupt. When I give money for the hungry, I send it directly to the missionaries instead of UNICEF or the World Food Program or anyone else whose first-class air-travel budget could feed tens of thousands. UNESCO is a successful Paris job-creation program for sociologists and intellectuals, famous for overhead expenses that eat up as much as 80 percent of some programs. Officials of the Human Rights Commission have been sent home for allegedly trafficking women and young girls for prostitution in Bosnia. At the U.N. High Commissioner for Refugees (yearly budget: $740 million), four officials have been arrested for smuggling refugees. The U.N. apparatus has grown so much that in 1994 a new Office for Internal Oversight Services was established to keep track of everyone. It promptly hired 180 more people, at an extra cost of $18 million a year.

Has the United Nations really proved its competence in dealing with Iraq? Past experience says no: not only did the Oil-for-Food Program allow Saddam and his cronies to pocket large sums, but an audit found the program had overpaid $1 million for services. U.N. officers are well paid: six-digit tax-free salaries in dollars, plus innumerable allowances. Most of them are decent people, frustrated by their own red tape. But why on earth should they go to Baghdad? Let them play tennis elsewhere.

Suttora is U.S. bureau chief for Oggi (Rizzoli Corriere della Sera) in New York.

© 2003 Newsweek, Inc.



Newsweek

May 26, 2003, Atlantic Edition

SECTION: LETTERS; Pg. 16

Mail Call

Mauro Suttora's April 21 piece on the U.N.'s ineptitude ignited a heated debate among readers. "A great article!" cheered one. "The U.N. has proven weak and useless," chimed another. But the U.N.'s defenders accused us of "tabloid journalism." One reader simply urged that the U.N. be rehabilitated.

The U.N. Under Attack

I was disappointed to see NEWSWEEK descend to tabloid journalism with Mauro Suttora's "The Last Thing Iraqis Need" (April 21)--a farrago of gossip, unsubstantiated assertions and outright falsehoods masquerading as reportage. Allow me to rebut the most egregious of his misstatements. He says, "Today there is no sign that the United Nations will leave Bosnia," but we have already left. The U.N. troops have been gone since 1996, and we closed down our civilian mission last year. The U.N.'s role in East Timor changed with that country's independence in 2002; we are now there only at the government's request, to assist the authorities, not supplant them. The U.N. has 9,600 employees, not 65,000; even counting every international organization in the U.N. system--including the World Health Organization and the International Labor Organization--Suttora's calculation is excessive. U.N. staff do not fly first class; only the secretary-general does. Suttora twists facts to substantiate his prejudices: he even criticizes the establishment of a tough audit mechanism, the Office of Internal Oversight Services, whose effectiveness is acknowledged by the U.N.'s major contributors. The U.N. may not be perfect, but its record needs to be examined with more accuracy and integrity than in this article that is unworthy of your magazine.

Shashi Tharoor
Under Secretary-General for Communications and Public Information
United Nations
New York, N.Y.


It was a pleasure reading Mauro Suttora's article on the United Nations. The fact that the U.N. is inefficient, inadequate and ineffective is, of course, not a closely guarded secret, but it is important for those who fund it, or perceive it to be a sort of savior, to be aware of this and of some of the reasons behind the U.N.'s blatant ineffectiveness.

Morris Kaner
Givatyim, Israel


What a great article! It's time someone spoke out against the United Nations with a few home truths. Anyone who follows international affairs knows that the U.N. has proved weak and useless in most cases. You can't blame America and England for not paying their U.N. dues when they are the ones invariably forced to do the work the U.N. is incapable of completing, thanks to its incompetence. The last vestige of respect was gone when the U.N. backed down, under pressure from Israel, from sending a committee to investigate the atrocities and damage caused by the Israeli invasion of refugee camps in the Palestinian territories. There may be many dedicated, well-meaning workers in the U.N., but the organization has lost its credibility as an effective operation. If Iraq is to get on its feet again, don't let it fall into the hands of the U.N.

Kaye Krieg
Inzlingen, Germany


As a Vietnamese refugee, I personally experienced the incompetence of the United Nations High Commissioner for Refugees. Coming to Britain, I've seen the corrupt nepotism and cronyism of charity/voluntary organizations. There are too many bosses, no one can assert authority and there's no competition for them whatsoever. The U.N. needs to be rehabilitated.

Thong V. Lam
Newcastle-Upon-Tyne, England


As a U.N. official with a 25-year career in many refugee-crisis situations in the world, I'm shocked by Suttora's vicious article. He singles out some shortcomings of the U.N. and blows them out of proportion. This is a body that can be only as good as the individual entities that constitute it. Not only have I never flown first class, but my colleagues and I often work under unbearable conditions--lacking both basic amenities and physical safety. U.N. salaries are comfortable but not competitive with those in the private sector or some foreign services. "Staff assessment," equivalent to our nations' income tax, is deducted from our gross salary. We take pride in our humanitarian work and serve without political bias in accordance with the U.N. Charter. We help innocent civilians who have suffered persecution or violence to rebuild their lives. Those of us who work in the field often have to live without electricity, running water or heating. Many U.N. workers have been taken hostage, sustained injuries, even lost their lives while performing their duty. As for the UNHCR, the yearly budget cited by Suttora would hardly cover the support we offer to 21 million refugees and other similarly displaced people. The UNHCR has twice won the Nobel Peace Prize; we're proud to have repatriated millions of people, enabling them to live normal lives. Yes, there are shortcomings in the U.N. system. But the last thing the world needs is the denigration of the one international humanitarian body that gives states a forum where differences can be reconciled. What the United Nations needs is for all--individuals, states and the media--to help us best fulfill our humanitarian task. If we fail, there is no substitute.

Marion Hoffmann
Representative of the United Nations High Commissioner for Refugees in Albania
Tirana, Albania


The United Nations' presence in Iraq is an issue that cannot be dealt with in an ironic, one-sided op-ed piece like Mauro Suttora's. It is true that the U.N. system is not run efficiently and that its peacekeeping operations have rarely managed to facilitate peace. What Europeans want is not U.N. "rule" in Iraq, as Suttora says, but its "role" in international legality. This opens up important issues that transcend the functioning of the United Nations and go to the very core of the debate on American imperialism. It's reductive to rule them out with the sarcastic comments of an Italian tabloid journalist.

Fabrizio Tassinari
Copenhagen, Denmark

© 2003 Newsweek